La Scrivania Obliqua

Note e osservazioni semiserie dal mondo d'oggi


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Molto di più di 4 amici al bar…

All’inizio erano in cinque e nemmeno stavano al bar: dopo poco tempo sono rimasti in quattro ma quello che hanno messo insieme è stato un successo incredibile!

sap 45 founders

Aprile 1972, Germania, Mannheim…cinque ingegneri della IBM decidono di andare per la loro strada portando avanti un loro progetto nel quale credono fermamente: realizzare un sistema software integrato per la gestione aziendale.

Quel momento di 45 anni fa segnò la creazione di una piccola azienda di software dal nome quasi impronunciabile: SAP System Anwendung und Produkte in Datenverarbeitung (Sistemi Applicazioni e Prodotti nell’Elaborazione Dati)…

Copyright: Wolfram Scheible www.scheible.deNel gruppo dei fondatori spiccano due veri, incontrastati leader: Dietmar Hopp, l’uomo della concretezza e Hasso Plattner, il genio assoluto. Hasso avrebbe tranquillamente potuto avere successo anche con la chitarra elettricaSAP 45 Hasso guitar (è un chitarrista fuoriclasse) ma, come lui stesso ebbe modo di dire, erano anni in cui la scena mondiale era già ricca di chitarristi talentuosi; il mondo del software no!
Dopo il primo sistema realizzato, System R/1, venne il System R/2, un geniale mastodonte, e con questo la prima diffusione a livello internazionale.

Alla iniziale, piccola, sede di Mannheim, successe la prima struttura in quel di Walldorf, un piccolo paesino del Baden-Württemberg, fino ad allora noto solo per le coltivazioni di asparagi.

In breve il business derivante da quell’azienda, il cui nome cominciava a diffondersi solo nella forma abbreviata, SAP, surclassò quello degli asparagi trasformando Walldorf in una cittadina del software dove si potevano anche mangiare ottimi asparagi.  😉

Compiuti vent’anni, ecco, nel 1992, il lancio del Sistema R/3 e, con la sua uscita e progressiva diffusione, il successo a livello globale. Nel frattempo i quattro restarono in tre (Hopp, Plattner e Tschira) ma tutti sapevamo bene che erano sempre, soprattutto, in due: Dietmar, la cui concretezza era diventata ancora più tetragona, ed Hasso il cui genio e sregolatezza erano oramai impareggiabili.

SAP 45 R3

Discutere un budget con Dietmar Hopp era un esercizio che si poteva fare senza troppi fronzoli: bastava presentargli, anche su un foglio di carta, numeri in grado di soddisfarlo e dare il proprio impegno personale per raggiungerli o…andarsene.

SAP 45 HassoCon Hasso, invece, ho avuto il privilegio di assistere in diretta a momenti dove la sua vulcanica genialità ha partorito idee e progetti incredibili, piuttosto che altri nei quali ha esternato follia e stravaganza assoluta. Non parliamo poi di cosa fosse capace quando gli capitava di perdere una regata contro il boss di Oracle… Meglio evitarlo in quei momenti.

Adesso SAP festeggia 45 anni: l’azienda è cresciuta a dismisura e anche molto, molto cambiata…

SAP 45

Ma il ricordo di quella fantastica avventura, l’aver avuto modo di conoscere e lavorare direttamente con due simili personaggi resta ancora impagabile.

Oggi tutto va veloce, ma allora si è fatta veramente la storia, quantomeno del mondo IT (Information Technology): poco, anzi niente fumo e tanto, tanto arrosto !!!

occhiolino

 

 

 

 

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Il posto di lavoro ideale

Ogni anno viene redatta e pubblicata la classifica sulle aziende dove, si afferma, esiste il miglior ambiente lavorativo. Di seguito vi riporto il link alla classifica 2016:best-place-to-work-7

http://www.corriere.it/economia/cards/google-ancora-miglior-posto-lavoro-ecco-best-place-to-work/ecco-dove-lavorare-piacere_principale.shtml

Questa classifica viene redatta a livello globale ma ne esistono anche su scala nazionale. Ma sarà vero ?

best-place-to-work-1Giusto porsi la domanda: circa la risposta vi aiuto a trovarla, visto che di aziende e di organizzazioni ne so qualcosa… 😉

Nulla da eccepire per la classifica a livello globale: le aziende che vi partecipano sono esaminate considerando diverse geografie; quindi su più fronti e i risultati, a parte qualche grande, inevitabile, marchetta, si possono considerare mediamente validi e realistici.

Ma su scala locale il discorso è decisamente diverso.best-place-to-work-2 A situazioni dove l’analisi considera oggettivamente l’ambiente di una specifica azienda si alternano casi dove quanto raccolto e riportato è a dir poco adulterato e falso.

L’ingrediente principe per costruire il caso farlocco è anzitutto un HR Director senza scrupoli e in cerca di notorietà. Ne esistono (ho le prove…) purtroppo diversi che scalpitano per trovare una loro visibilità: quale situazione migliore che trovare quindi una società di ricerca magari un po’ complice? Si sa…”business is business”, il cliente ha sempre ragione, e se chi paga la ricerca ci vuole far vedere solo quanto gli fa comodo, inutile cercare qualcosa di veramente obiettivo.

best-place-to-work-4Non solo: Direttori Risorse Umane di quel tipo sono, tipicamente, pure delle autentiche carogne. Questi, a suggello della propria infamia, sono usi crearsi, nel contesto aziendale, un gruppetto di sodali, da un lato, piuttosto che di vittime potenziali, dall’altro, ovvero persone ricattabili attraverso il bieco esercizio del loro potere.

Questi soggetti diventano quindi i protagonisti, adeguatamente istruiti e pilotati, della ricerca. Capite bene come il risultato diventi totalmente influenzato e falsato.

Il risultato trasforma quindi casi aziendali dove, nella realtà delle cose, esiste tensione, conflitto, pressione, dove i coltelli volano a tutte le altezze, che, invece, il nostro HR Director carogna riesce a presentare edulcorati, sereni, al limite dello sviolinamento. Imbellettati e incipriati a suo uso e tornaconto.

SONY DSC

Succede…molto più spesso di quanto si creda. Purtroppo la tensione sul raggiungimento dei risultati porta, talvolta, il Top Management a focalizzarsi troppo sui fattori esterni dimenticando quelli interni. Questo è un grave errore! Di certo, la presenza di un capace e intellettualmente onesto Responsabile Risorse Umane può ovviare e risolvere tale carenza. Ma quando questo è in realtà persona meschina, subdola, dedita solo a raggiungere propri traguardi personali, il rischio è elevato.

Attenzione quindi quando vediamo sbandierate queste classifica sulla migliore azienda nella quale lavorare: non sempre è oro quello che luccica !

occhiolino

 


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Ecosistema

ecosistema-1Ecosistema: nulla a che vedere con l’ecologia o con l’ambiente. Con questo termine si indica tutto l’indotto di competenze / prodotti / servizi sviluppato, o sviluppabile, relativamente a una certa piattaforma di riferimento. Si potrebbe trattare della costruzione di un’automobile o di un prodotto di alta tecnologia: nell’esempio da me vissuto in prima persona, una soluzione software per la gestione aziendale.

ecosistema-3Creare un ecosistema significa creare valore e, nel caso l’operazione abbia successo, anche ricchezza. Di certo dare vita a un bacino, talvolta importante, di posti di lavoro: noi, ai tempi, ne creammo diverse migliaia.

Insomma…contribuire all’incremento del PIL.

Per chi fosse interessato ho pensato allora di riportare su questa pagina il link a un articolo, da me pubblicato mesi fa su Linkedin, nel quale racconto in sintesi gli elementi basilari da considerare per la creazione, appunto, di un Ecosistema, operazione articolata e molto complessa, non immune da seri rischi.

https://www.linkedin.com/pulse/come-ti-creo-lecosistema-parte-1-enrico-negroni?trk=prof-post

https://www.linkedin.com/pulse/come-ti-creo-lecosistema-parte-seconda-fattori-esterni-negroni?trk=prof-post

https://www.linkedin.com/pulse/come-ti-creo-lecosistema-parte-terza-i-fattori-interni-enrico-negroni?trk=prof-post

ecosistema-best-teamE’ il racconto di un percorso che nel mio caso, grazie alla fantastica squadra di colleghi e collaboratori che ho avuto il privilegio di guidare, fu di grandissimo successo, rappresentando per la mia vecchia azienda un caso di assoluta eccellenza a livello globale, mai eguagliato.

Bei tempi andati… Erano anni nei quali ti potevi assumere tutto quanto il rischio e le responsabilità: decidere, metterci la faccia e buttarti !
Oggi, per come si sono involute le grandi aziende, devi invece solo e soltanto eseguire pedissequamente quanto ti viene calato dall’alto.

La faccia non ce la metti più e il gioco è solo e soltanto quello di salvare quotidianamente il culo…

occhiolino

 


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Un Robot al posto di un Manager

decisioni robotPrendo lo spunto da una pagina pubblicata sul “Corriere della Sera”: l’articolo racconta di una ricerca svolta da Wakefield Research per la società Avanade. Il tema era valutare la possibilità, entro pochi anni, di sostituire dei manager con dei robot, o, in ogni caso, automi / macchine “intelligenti”.

Nell’articolo viene anche riportato che circa il 65% dei dirigenti d’azienda italiani crede che sarà sostituito al lavoro da un robot o da un’“intelligenza automatizzata”.

Si parla di dispositivi, macchine o robot che siano, in grado, decisioni dilemmaattraverso una elevata capacità di elaborazione e simulazione dati (vedasi analisi What If ), di prendere decisioni di business, valutandole sulla base di nuovi e sofisticati algoritmi.

Non sto a dilungarmi troppo sul contenuto dell’articolo e sui dettagli della ricerca. Mi focalizzo solamente sulla potenziale validità di una simile opzione.

decisioni 1Premessa: nella mia carriera manageriale sono sempre stato un forte decisionista. Mai ho tollerato che miei collaboratori, con ruoli dirigenziali, stessero a gingillarsi senza prendere una decisione. Mi imbufalivo poi ogni qualvolta un rinvio veniva spacciato come necessario per consentire un’ulteriore elaborazione di dati o una diversa valutazione di scenari.

Avevo coniato (l’ho pure scritto nel mio libro “La scrivania obliqua”) il motto:”meglio una decisione sbagliata subito che quella giusta quando è troppo tardi”.

E ora vengo a scoprire che il 65% dei dirigenti di azienda italiani teme di poter essere soppiantato da macchine intelligenti. Beh…non mi stupisce.

L’ambiente dei dirigenti nostrani non brilla proprio per efficientismo decisioni soluzionie decisionismo e quindi ci credo che in molti abbiano un po’ di fifa di fronte a tale, paventata, possibilità.

Per come vedo io la cosa ben venga l’introduzione di sistemi o di robot capaci di prendere decisioni di business. Importante però sarebbe il mantenere una capacità di presidio umana capace sopratutto di “buon senso”. Su questo punto non credo proprio esista già, collaudato e verificato sul campo, un algoritmo in grado di sostituirsi al buon senso.

decisioniQuindi nulla da eccepire se dei robot dovessero sostituire degli “scalda poltrona”… ma importante sarebbe lasciare al proprio posto, supervisionando e valutando il lavoro delle macchine, chi invece è capace e coraggioso nel decidere.

Per gli altri…mi torna alla mente una vecchia barzelletta…

Un manager, ritenendosi troppo stressato, decide di passare qualche giorno di riposo bucolico presso un’azienda agricola. Al mattino incontra il fattore, in partenza per il mercato.
“Signor fattore – esordisce il manager – non ha qualche lavoretto da farmi fare? Sa…sono un manager e non posso pensare di starmene qui con le mani in mano. Mi dia qualcosa da fare.”

Il fattore preso alla sprovvista non sa cosa fare. Ci pensa un attimo e… “Guardi, ci sarebbe quel grosso mucchio di letame in mezzo a quel campo. Bisognerebbe spargerlo uniformemente sul campo stesso. Mi spiace…è un lavoro non bello, ma altro non saprei”.

“Nessun problema! – ribatte il manager – Mi metto subito all’opera”.

decisioni letameVerso sera, il fattore ritorna e, con stupore, vede che il letame è stato perfettamente sparso su tutto il campo.

Il giorno dopo la scenetta si ripete e non avendo altro da far fare al manager, il fattore gli affida lo stesso compito del giorno prima ma su un altro campo. Alla sera, nuovamente, trova che il tutto è stato svolto in modo perfetto.

L’indomani la manfrina si ripropone ma stavolta il fattore ha una novità. C’è un grande mucchio di patate, raccolte il giorno prima. Il fattore lo indica al manager e gli dice:”Guardi, ci sarebbe da dividere le patate: da una parte quelle grosse, dall’altra quelle piccole. Va bene?”.decisioni patate

Il manager annuisce e il fattore si allontana. Al suo ritorno, verso sera, con grande sorpresa, trova il mucchio di patate esattamente come l’ha lasciato e il manager con due patate in mano e lo sguardo dubbioso.

Il fattore, stupito, gli domanda:”ma come? non ne ha selezionata nemmeno una?”.

Il manager lo fissa con uno sguardo smarrito:”Deve capire…sono un manager…a spargere merda in giro sono bravissimo. Ma qui…si tratta di prendere una decisione…”.

Ben vengano quindi gli automi quando i soggetti sono di questa fattura.

E, credetemi, ci sono, eccome se ce ne sono…

😉

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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Smart Working e senso di appartenenza

smart working 2Sono, da sempre, un sostenitore dello Smart Working (modo più figo di chiamare il Telelavoro…), ovvero la possibilità, laddove possibile, di svolgere il proprio lavoro da casa.

Ovvio che non sempre è possibile: non tutti i settori industriali hanno attività compatibili con tale possibilità (pensiamo alla fabbrica…). Parliamo quindi soprattutto di settori inerenti il Terziario.

smart working analisiI vantaggi possono essere molteplici diretti e indiretti. smart working 3Minori spazi e costi necessari per l’impresa ma anche una produttività che tende a migliorare, assieme a flessibilità, motivazione e soddisfazione. Non sembra, ma lavorare da casa, al netto di tempo e stress per dover raggiungere il posto di lavoro, fornisce spunti tali da rendere l’efficienza del singolo molto più elevata.

Aggiungiamo anche l’incentivo nel non essere costretti a operare in uffici sovraffollati piuttosto che in piccoli cubicoli (li ho sempre chiamati canili…) come certi uffici attuali.

Condizione fondamentale per lo Smart Working è che le persone condividano appieno il senso di responsabilità e le politiche di comportamento richieste. Per i lavativi o quelli dalla protesta continua non può esistere Smart Working: dovrebbero esserci solo pedate nel culo…

smart workingSui vantaggi indiretti mi piace pensare a molta meno gente che si sposta avanti e indietro dagli uffici e potenziale minor traffico e inquinamento.

Un elemento però da non sottovalutare, anche nei migliori contesti, è come tenere alto il senso di appartenenza del dipendente alla Società: il sentirsi parte di un gruppo, di una squadra, cosa ovviamente un po’ difficile operando da remoto.smart worging appartenenza

E’ un aspetto non banale, da non minimizzare; risulta essere elemento chiave per maggiore competitività.

L’avere dei collaboratori allineati con la società, diffondere la condivisione dei valori e degli obiettivi aziendali sono elementi sui quali ho sempre puntato e lavorato anche direttamente, svolgendo in prima persona specifici corsi che avevo messo in piedi al proposito.

Vedo però troppe volte società, pur brillanti, trascurare tale elemento.

In un contesto di Smart Working sarebbe essenziale organizzare “una tantum” convegni/incontri specifici fra dipendenti e manager che condividono problematiche simili; ma anche differenti, laddove invece si organizzi qualcosa su temi trasversali all’azienda.

I pranzi e le cene natalizie non servono a una beata fava! Tanto meno i convegni nei quali sbrodolarsi addosso, in modo autoreferenziale, i risultati conseguiti. Mettere invece assieme i propri collaboratori per raccontare e discutere determinate questioni e come affrontarle, quello si che serve, eccome! Sono quelle le occasioni nelle quali si crea la squadra, per virtuale che sia poi nella realtà.

Perché per essere vincenti la squadra serve eccome… e, come dicevo quando ne guidavo una fantastica, tutta la squadra deve essere coesa, “massiccia e incazzata”.

OcchiolinoCondivisione e determinazione per essere più efficienti e competitivi; per vincere, anche lavorando da casa !


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Un discorso di successo

discorso mikeParlare bene in pubblico non è arte comune: di pessimi esempi, ahinoi, ne troviamo tutti i giorni: dai convegni o da eventi aziendali piuttosto che dalla politica.

Tenere un bel discorso non è un doto innato ma richiede apprendimento e messa a punto di una tecnica che deve poggiare su alcuni elementi basilari, lontani da retorica e desiderio di pura appariscenza.

Ho avuto degli ottimi maestri in tale campo e, modestia a parte, ritengo di aver imparato più che bene diventando, nel tempo, un abile e appassionato oratore, efficace e fuori dagli schemi. 🙂

Perché allora non diventare, una volta tanto, anch’io maestro e illustrarvi quelli che sono i criteri portanti per tenere discorsi di successo?

KPI 4Ci sono, a mio giudizio, poche regole ma sono essenziali e richiedono dedizione nel loro apprendimento e costante impegno nel rispettarle efficacemente. Vediamole insieme, seguendo la mia regola del 5 (vedasi il precedente post “Il bosco dei KPI”).

  1. Non ingessatevi: cercate di essere naturali e non troppo rigidi, vincendo gli iniziali momenti di tensione. discorso pubblicoMuovetevi, compatibilmente con lo spazio a disposizione: se siete su un palco, di pochi passi a destra e poi pochi a  sinistra: se su un podio usate le mani senza però eccedere. Movimenti lenti e sincroni al tono del discorso. In tutto questo modulate la voce, strumento fondamentale da usare sempre con variazione di toni: i  monocordi riescono a fare addormentare in meno di due minuti. public speaking bodyMa, sopratutto, cercate di trasmettere Passione. “Be passionate” direbbero gli americani! Un discorso nel quale non vi sentiate coinvolti non potrà mai essere di successo. Certo, può capitare di dover parlare di argomenti dove l’appassionarsi può essere quasi impossibile: in tal caso limitatevi a un tono serio ma non fate mai trasparire che non ve ne frega una cippa… Insomma neutrali ma sempre sciolti.
  2. Preparatevi :  dovete essere preparati a fondo su quanto andrete a illustrare. Ciò non significa conoscere a memoria il vostro discorso: non serve a niente! public speaking 3Dovete conoscere, e bene, la materia di cui andrete a trattare perché potrebbe capitarvi di dover improvvisare. Certo! Magari avevate programmato un discorso su certi punti, peccato che chi vi ha preceduto abbia introdotto elementi che non possono essere lasciati inevasi e sui quali delle puntualizzazioni sono d’obbligo. Cosa fare? Prendere la palla al balzo e…improvvisare! Chissenefrega a quel punto delle vostre slides o della traccia già sviluppata: sul piatto appaiono all’improvviso portate impreviste che dovrete saper condire ad arte. Ricordo ancora un mio discorso di chiusura a un evento aziendale di inizio anno. Un consulente di organizzazione, che parlò prima di me, mi diede degli spunti troppo interessanti. Salito sul palco mi feci dare una lavagna, tracciai un disegno e tre parole e su quelli argomentai un discorso che coinvolse tutti i miei collaboratori con un risultato eccezionale in termini di condivisione ed entusiasmo generati (la metafora della Legge di Ohm, per chi ha letto il mio primo libro).
  3. MAI leggere: ma stiamo scherzando? Leggere? discorso gobboDai vostri fogli di appunti o da un gobbo elettronico (lo schermo sul quale compare il vostro testo)? Per favore…!!! Nemmeno in un milione di anni ! Purtroppo sono in tanti a farlo; manager, o presunti tali, incapaci di spiaccicare verbo se non leggendo pedissequamente: penosi! Leggete e creerete un contesto da discorsetto stile mummia sicula (l’imbalsamato inquilino del Quirinale). Vero che con i gobbi elettronici uno può cercare di bluffare ma, anche qui, vediamo di non cadere nel tranello. discorso teleprompt-gobbo-elettronicoAd esempio, il mio capo degli ultimi miei anni di SAP sul palco, sistematicamente, guardava venti secondi a destra e venti secondi a sinistra. L’atteggiamento era di chi volesse coinvolgere la platea… No! Passava solo da un gobbo all’altro, simulando però questo con una finta scioltezza. Peccato però che, se un minimo smaliziati, il giochino lo si sgama subito e l’attenzione da porre a uno che legge può essere pari a zero. Non vi potrà mai entusiasmare! Escluso a priori!
  4. Ascoltatevi: non intendo con questo il parlarsi addosso ma il seguire il filo e il contenuto del vostro discorso. Attenzione! questo è uno dei passaggi più complicati perché richiede grande concentrazione e un po’ di schizofrenia in quanto dovrete arrivare quasi a sdoppiarvi in oratore e ascoltatore. Ma non vi ho mai detto che tenere un bel discorso sia esercizio facile: al contrario, è faticoso e tanto! Chuck NorrisNon a caso dopo aver concluso i miei migliori discorsi io ero veramente svuotato, sfinito; talvolta mi sono addirittura dovuto ritirare un attimo per riprendermi perché in quei minuti dovete dare TUTTO di voi ! E costa parecchio! State però certi che quando imparerete ad ascoltarvi comincerete a evitare le ripetizioni; talvolta sentirete una vocina dirvi:”ehi, brutto pirla, questo è il quarto “certamente” che dici in due minuti…vedi di cambiare”. Date retta alla vocina, la vostra vocina…e il discorso andrà via al meglio. Non ultimo, l’ascoltarsi vi guiderà anche nel gestire al meglio la modulazione della voce che mai dovrà essere monocorde ma vivace, piena e ficcante.
  5. Interagite : non dovete parlare a delle mummie! Quindi guardate in faccia i vostri interlocutori. Spaziate con lo sguardo fra le persone di fronte a voi: osservateli! discorsoAndate in cerca di chi sta annuendo e cercate con cura eventuali dissenzienti: beccateli e fissateli. Fate in modo che capiscano che a quel punto voi state parlando solo con loro e nel caso stiano ancora arroccati nel dissenso usate il tono di voce come una frusta di richiamo. Se poi capirete di avere di fronte il classico bastian-contrario siluratelo con una paio di occhiatacce da disprezzo totale e passate ad altri. L’esplorazione continua dell’uditorio vi consentirà anche di snidare gli eventuali dormienti: ci sono sempre. Per loro esiste un trattamento obbligatorio: fissateli a fondo, abbassate il tono di voce e, all’improvviso, alzate di parecchi toni. Trasaliranno sulla sedia e la prima cosa che vedranno al risveglio saranno i vostri occhi di brace con in quali incenerirli. Non si addormenteranno più: garantito!

Questo è il quanto. Ci vuole tanto, tanto impegno per riuscire a metabolizzare tutti questi punti.

Tanti sono quelli che non ci sono mai riusciti. Parlare a vanveraHo visto per anni colleghi e collaboratori incappare sempre nei soliti sbagli, sfornando alla fine sermoncini stucchevoli e appena sopportabili. Peggio ancora, cercare di fare i simpaticoni giocando su una falsa ironia in grado solo di generare l’irritazione di chi ascolta.

Se volete arrivare a fare veri discorsi di successo, datemi retta: cominciate a lavorare sui cinque punti che vi ho raccontato. Impegnativo ma funziona !!!

😉

 

 

 

 


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Già…ma perché obliqua ?

Scrivania libroPer chi non abbia avuto modo di leggere il mio libro “La scrivania obliqua” ho pensato bene, adattando alcuni passaggi del libro, di spiegare il perché di questa definizione.

Tutto parte da un’analisi di alcuni segni di potere esplicitati in parecchie, troppe, aziende. Parlo di segni assolutamente vacui, privi di reale valore, ma evidenti e appariscenti, destinati solo a segnare distanze chiare sulla falsariga del classico:”io sò io e voi nun siete un cazzo!“.

Prendiamo la disposizione degli uffici, entrandovi proprio, e cerchiamo di capire quali possano essere inutili espressioni di potere. Da valutare con attenzione è la posizione della scrivania, sopratutto in uffici “open space”. Capita di imbattersi in manager i quali evidenziano il loro rango, o pensano di farlo, collocando la loro scrivania in obliquo.

Accidenti! Obliquità della scrivania come segno di potere: “cui prodest?” Ci si sente proprio così diversi solo perché la propria scrivania è un po’ girata rispetto a quelle, tutte ben allineate, dei propri collaboratori?Scrivania

Purtroppo si incontrano soggetti convinti che questo sia un elemento distintivo.

Potrei citare almeno diversi casi di persone di mia conoscenza i quali hanno, manifestatamene, celebrato i cinque minuti successivi ad una loro promozione ruotando immediatamente la propria scrivania.

Per non parlare poi delle piante ornamentali. Spesso molti uffici hanno un po’ di verde all’interno.

scrivania clorofillaBene, alcuni manager, forse accreditandosi anche doti di miglioramento alla funzione clorofilliana, pensano bene di contornare, come un piccolo orto botanico, le loro scrivanie con un elevato numero di piante, di ogni sorta, forma e dimensione.

Arte manageriale e funzione clorofilliana; strano fenomeno da studiare più a fondo.

Citando ancora i casi di un paio di manager neo-promossi e subito affetti da sindrome di immediata rotazione della scrivania, capitava che, terminato l’intervento sul mobile, dessero inizio a un’affannosa ricerca di adeguato numero di piante, ad ornamento della loro nuova oasi.

Una sorta di caccia smaniosa alla chenthya o alla dracena; situazioni dove si consumano selvaggi accaparramenti di ficus benjamino.

Vogliamo prendercela una bella soddisfazione? Certamente!

Scrivania OvalPer questo suggerisco un piccolo, divertente, scherzetto. L’ho personalmente sperimentato in un paio di casi e il divertimento è assicurato.

Lasciate esaurire il rito della scrivania obliqua e della creazione di nuove oasi con palmizio.

Fate in modo di complimentarvi, calorosamente, col collega neo-promosso. A quel punto, attendete con pazienza la sera; perché quella sera voi farete tardi!

Dovete attendere che lui se ne vada e poi, semplicemente, con garbo, rimettete il tutto in ordine: la scrivania ben allineata e le piante dove stavano prima.

Il giorno dopo presentatevi in ufficio molto presto, certamente prima della vostra ignara vittima e…godetevi la sua espressione quando vedrà la situazione.

Talvolta la meschinità dei soggetti li porta a una reazione istintiva. Si fiondano dal proprio capo, oppure all’Ufficio del Personale, per sincerarsi non ci sia stato un cambiamento, rispetto a quanto annunciato il giorno precedente.

smileHo avuto un paio di collaboratori affetti da tale sindrome ed è stato buffo vedere la loro reazione quando, dopo rimostranze varie sullo strano fenomeno del raddrizzamento notturno della scrivania, ebbero la soffiata su chi fosse il sabotatore…  Io, il perfido capo del loro capo ! La loro scrivania divenne un oggetto di precisione come allineamento, impossibile da ruotare, quasi imbullonata a terra…

Avevano imparato la lezione !

🙂