La Scrivania Obliqua

Note e osservazioni semiserie dal mondo d'oggi


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Ikea…Patafùlmen !

Ikea nomi 2Alzi la mano chi non è mai andato all’IKEA. Non posso proprio credere che esista oggi “anima crìata” (citazione alla Camilleri) che non sia incappata, in modo più o meno convinto, in una perlustrazione di tali luoghi.

L’IKEA si ama o si odia: non ci sono sfumature. Ikea nomi 3Ci si va convinti o dietro imposizioni o coercizioni varie. Si cammina, tanto, proprio tanto; si osserva, ci si entusiasma o ci si annoia, ma alla fine qualcosa si compra sempre.

Ikea nomi 4Si…ma cosa? anzi, meglio, quale articolo abbiamo comprato? E qui incappiamo in questi strani e buffissimi nomi dei prodotti IKEA. Sia chiaro, nulla è lasciato al caso. Da bravi scandinavi tutto è codificato e normato; quindi ogni denominazione segue regole precise.

Per chi fosse curioso riporto, in calce alla mia pagina, uno schemino recuperato da un giornale internazionale che aveva appunto spiegato le logiche seguite nella denominazione dei prodotti.

Una sola cosa è certa: l’unico articolo IKEA dal nome facile e quasi naturale è la libreria Billy.

Ikea nomi 5Ma a me piace invece pensare che dietro alla denominazione ci sia un nordico burlone che si inventa, di sana pianta, i nomi più bislacchi.

Se così fosse, e mi piacerebbe, chissà che un domani non ci si trovi davanti ad un grande armadio dal nome Patafùlmen, piuttosto che una cucina chiamata Sturm Stùz

Non ingabbiamo la fantasia, ma piuttosto assembliamola in modo bizzarro con le classiche brugole IKEA…occhiolino

 

  • Denominazione articoli IKEA (fonte: The Huffington Post US):

Letti, guardaroba e mobili da salone: nomi di località norvegesi

Divani, poltrone, sedie e tavoli da pranzo: nomi di località svedesi

Librerie: professioni, nomi maschili scandinavi

Scrivanie, sedie da scrivanie e sedie girevoli: nomi maschili scandinavi 

Mobili da giardino: isole scandinave

Tappeti: nomi di località danesi

Illuminazione: unità di misura, stagioni, mesi, giorni, termini nautici, nomi di località svedesi

Tessuti e tende: nomi femminili scandinavi

Prodotti per bambini: mammiferi, uccelli e parole descrittive

Accessori da cucina: pesci, funghi e parole descrittive

Scatole, decorazioni da parete, foto e cornici, orologi: espressioni slang svedesi, nomi di località svedesi

Ciotole, vasi, candele, porta-candele: nomi di località svedesi, parole descrittive, spezie, erbe, frutti e bacche

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1 Commento

Aulo Persio Flacco…poeta…

Di scritte bizzarre me ne ero già occupato in passato scrivendo un paio di pagine in momenti differenti (riportate di seguito) ma basta andare un po’ in giro per l’Italia e si scopre sempre qualche indicazione bislacca foriera di stupore o di una bella risata.

Volterra, cittadina toscana dalla lunga storia estrusca, romana, medievale, rinascimentale… Girando per la città scopro questa lapide, posta nel 2012, a ricordo di tale Aulo Persio Flacco, poeta (giuro me lo ero perso…), riportante una scritta accorata che, ancora adesso, confondo tra l’appassionato e il burlesco.

Leggetela con attenzioneDSC03000

Aulo Persio Flacco, giovane poeta, dai costumi più che morigerati…virginali…

Ma, consentitemi, sono solo io malizioso o anche a voi non scappa una sonora risata pensando al personaggio?

Io me lo immagino con i suoi amici, toscanacci burloni, che cercano di traviarlo portandolo nei bordelli più infuocati della Volterra di un tempo e lui che, inorridito, scappa a gambe levate per poi redigere, con “l’ardito calamo”, dei severi biasimi nei confronti di quei mascalzoni, perversi…brutti…cattivi…

Come non evidenziare poi che i Volterrani, o almeno chi ha posto quella lapide, lo abbiano voluto ricordare così, sopratutto rimarcandone, dopo soli 1950 anni (millenovecentocinquanta…!!!), la prematura scomparsa.

Appassionata memoria o toscananissima presa per “hulo” ? 
occhiolino

 

Le precedenti pagine sul tema “Indicazioni bizzarre”:

https://lascrivaniaobliqua.wordpress.com/2016/07/15/indicazioni-bizzarre-continua/


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La nevicata del 1985

Si avvicina Natale e la classica iconografia pubblicitaria, oltre a sfrantumarci i “cabasisi”, ce lo spaccia sempre sotto forma di bianco Natale, con scenari completamente innevati e quasi fiabeschi.

Ma di neve a Natale non se ne vede quasi mai; talvolta nemmeno in montagna. Allora ho pensato bene di rendervi io, con questo breve racconto, l’immagine di un paesaggio con tanta, tanta…troppa neve.nevicata-85-1

Dando per scontato che il lettore tipo di queste pagine fosse allora già più che giovincello, suppongo che tanti di noi conservino ancora indelebile il ricordo della gigantesca nevicata del 1985. Io vi racconto, di seguito, la mia piccola avventura di quei giorni.

Lavoravo alla HP e, con un collega, eravamo in quel di Pomezia a seguire un progetto presso la Procter & Gamble. Fu così che un fatidico giorno, mentre eravamo intenti a far girare i programmi per la pianificazione della produzione del Dash, veniamo colti dalla notizia improvvisa: al Nord, a Milano, nevica di brutto…ma di brutto, brutto, brutto!

nevicata-85-2Logica vorrebbe che uno programmasse alla meglio come schivare il problema. Eravamo di base a Roma: dove stava il problema? Potevamo fermarci qualche giorno in più nell’attesa di una situazione meno critica nei trasporti.

Certo, i trasporti! Qualsiasi volo con destinazione al Nord era cancellato; dei treni si dicesse che qualcuno era partito arrivando però non si sapeva bene dove. Fino a Firenze?, Fino a Bologna? Chissà…di certo non fino a Milano.

Avremmo potuto tranquillamente metterci il cuore in pace; fermarci a Roma e farci delle belle scorpacciate di tonnarelli cacio e pepe. E invece no…!

Il mio collega aveva la moglie in attesa del primo figlio, anzi figlia, e la gravidanza era ormai agli sgoccioli: questione di giorni. All’idea di fermarsi per diversi giorni a Roma, in attesa di migliori condizioni, non ci stava proprio. Voleva assolutamente partire al più presto possibile.

Come? nevicata-85-fiestaL’unica nostra possibilità era la vettura a nostra disposizione, noleggiata presso la Hertz: una Ford Fiesta.

Verificata l’impossibilità di riportare il collega a più comodi consigli mi rassegno all’idea dell’avventuroso viaggio cercando però di fare alcuni preparativi. Contatto quindi la Hertz e chiedo se possono fornirci delle catene per il non si sa mai. La risposta è che di catene neanche l’ombra: sono quindi tutti cavoli nostri. Il collega, peraltro, è sempre più agitato perché sentendo al telefono la moglie aveva ravvisato, telepaticamente, chissà quali segnali di possibile anticipo della nascita. A questo punto prendo una posizione chiara: mi metto in viaggio a una sola condizione. Guido io perché lui mi sembrava veramente troppo in tilt. Il motivo? In primis questo suo presentimento; in secundis, per non far preoccupare la moglie non le aveva detto del nostro folle piano. Si era inventato che avremmo potuto prendere un treno speciale, capace, attraverso chissà quali artifici o peregrinazioni (risalire al Nord dalla dorsale tirrenica), di arrivare sicuramente a Milano in un tempo però non ben definito.

Facciamo il pieno alla Fiesta e via, si parte! Sono le 17 circa.

Fino a Firenze e poco oltre tutto bene: poi arriva il tratto appenninico e cominciamo a trovare neve ma non è ancora tanta. La Fiesta, andando piano, tiene la strada e ad andatura poco brillante risaliamo. Arriviamo all’area di servizio di Bologna Casalecchio che sono da poco passate le undici di sera. Ci fermiamo e il collega si inventa, al telefono con la moglie, che va tutto bene: col treno è arrivato a Genova e si deve capire adesso come fare l’ultimo tratto fino a Milano. Mah…

Ripartiamo e dopo Modena la faccenda si comincia a far tosta. L’autostrada è un manto compatto di neve spesso molti centimetri. Bisogna procedere pianissimo. Nevica che Dio la manda, ma a secchiate! I fari della piccola Fiesta fanno fatica a far luce perché si ricoprono di neve e quindi spesso si fa una breve sosta per pulirli. Attorno lo spettacolo è surreale. Bianco ovunque. La macchina che avanza senza far rumore: si va piano e lo strato di neve sulla strada insonorizza tutto. Lo stesso per gli altri mezzi in movimento: pochi e tutti a velocità bassissima. Guai ad accelerare troppo; peggio ancora a frenare. nevicata-85-3Sull’autostrada ogni tanto quasi ci si ferma per fare lo zig zag attorno a qualche auto o grosso camion che si sono messi di traverso. Sono tantissimi di traverso e dove si sono piazzati staranno per diverse ore. Non c’è alcun soccorso possibile. Se ti stai muovendo perché hai deciso di fare l’argonauta in quelle condizioni sono tutti cavoli tuoi.

Entriamo nella notte più fonda, muovendoci sempre più piano, ma muovendoci. Si macinano non chilometri ma decine di metri.

Reggio Emilia, Parma, lo svincolo per la Cisa, Fidenza, Fiorenzuola, Piacenza, Lodi, e infine, dopo l’ennesima breve sosta per pulire i fanali, Melegnano e la barriera.

Vittoria! No, non ancora: ancora troppo presto, però, bene o male, ci siamo e cominciamo allora a decidere il da farsi quando arrivati a Milano.

Tutti e due avevamo lasciato la nostra macchina al parcheggio di Linate. Decido, vista la tensione del collega, di lasciargli la Fiesta cedendogli il volante una volta giunti a Linate.

A quel punto lui proseguirà per Cassina de’ Pecchi per riabbracciare la moglie: io in quel periodo non solo non avevo moglie ma nemmeno una fidanzata. Mi dovevo quindi accontentare di riabbracciare la mia Fiat Ritmo bianca parcheggiata, giorni prima, su un piazzale davanti a Linate.

Passato Melegnano e inoltratici in Tangenziale lo spettacolo ci lascia attoniti: molte macchine e altrettanti camion o furgoni giacciono sul manto nevoso posizionati nelle maniere più bizzarre. La Fiesta inizia ad arrancare ma ce la facciamo.

Siamo a Linate, fermi davanti all’aeroporto e intorno abbiamo il nulla: un nulla molto ma molto bianco! Sono le 5.20 del mattino! Mi saluto col collega augurandogli in bocca al lupo per i chilometri restanti. Lo vedo gongolante per la gioia di arrivare presto a casa e sono certo che guiderà con estrema prudenza. Siamo arrivati fino a Linate da Pomezia senza far danni: non andrà di certo a farli da lì fino a Cassina de’ Pecchi.

Ma appena resto solo ed entro in aeroporto capisco che la mia avventura non si è ancora conclusa. Vado infatti alla cassa dei parcheggi e sveglio uno degli addetti per il pagamento. Gli chiedo, visto che la mia macchina è in un parcheggio scoperto, se hanno previsto la possibilità di sgomberare la neve e tirarmi fuori la macchina.

Mi guarda come se venissi da Marte e mi comunica con la classica parlata tipica dei lavativi che verrà previsto solo in mattinata lo sgombero della neve sulle corsie del parcheggio e che, dalle 7.00, ci saranno in azione degli spalatori. Ancora cavoli miei…

Vorrei mettermi a discutere ma sono troppo stanco e opto per mandarlo in cuor mio a fan… spostandomi in uno dei bar dell’aeroporto a rifocillarmi con cappuccino e cornetto.

Albeggia ormai e quando il giorno si fa chiaro, con appresso la mia valigia, entro nel parcheggio. Cammino con una certa fatica ma un po’ di neve è stata spostata. Nel parcheggio ci sono delle ruspe che liberano le corsie. Seguendo una di queste arrivo a quella che era la mia Ritmo Diesel bianca. Era, perché ora è una montagna di neve bianca: nemmeno se ne vedono le ruote.

Vedo un gruppo di spalatori e mi avvicino chiedendo la cortesia di spalarmi la neve dalla macchina. Questi mi guardano di traverso e mi fanno intendere che non se parla proprio, neanche a fronte di lauta mancia. Cavolacci tutti miei: ancora… Ma come posso fare, chiedo. Mi dicono allora che, se voglio, per diecimila lire mi possono prestare una pala.

Ed è in questo modo che io ricordo la mitica nevicata del 1985. Non tanto per aver fatto l’argonauta della neve guidando da Pomezia a Milano Linate, quanto per aver passato quasi tre ore, sudando sette camicie, per spalarmi fuori dal fottutissimo parcheggio dell’aeroporto la mia Ritmo. Meno male che allora abitavo abbastanza vicino e, riuscito finalmente a sgombrare e muovere l’auto, decisi di trasformare in acquisto quell’esoso noleggio pala al quale ero stato costretto. Mi sarebbe di certo servita per scavarmi un parcheggio arrivato a casa. E fu proprio così, riuscendo con altri colpi di pala a piazzare la macchina molto vicino a casa. Era quasi mezzogiorno ma finalmente varcavo l’uscio di casa e mettevo la parola fine alla mia avventura.

Che immane fatica la Nevicata del 1985 !    occhiolino

ah…dimenticavo, la bimba nacque un paio di settimane dopo.

 

 

 


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Trash Parade in auto

L’altro giorno mi è capitato, parcheggiando la mia auto presso un centro commerciale, di incrociarne un’altra con un vistoso coprivolante di finta pelliccia.

Orrore !!! Erano anni che non ne vedevo: è stato così che mi è venuta l’idea di redigere una personale classifica sulle varie tipologie di trash presenti sulle automobili, sia di oggi che del passato.

Mi auguro anche che qualche paziente lettore, utilizzando lo spazio Commenti, possa contribuire ad arricchire la mia lista perché sono certo che potrebbero esserci altre brutture alle quali non ho pensato.

La mia Trash Parade sull’automobile :

auto-trash-volante1) Coprivolante di pelliccia o similpelo, spesso associato anche a tremendissimi coprisedili sempre in finto pelo.auto-trash-sedili Orpello uso sulle Mercedes di grassi bavaresi panzuti durante gli Anni ’70 e ’80 (adesso si sono un poco raffinati…), ha ritrovato spazio sulle auto delle varie tipologie di slavi che ci “allietano” della loro presenza: romeni e albanesi in primis.

 

auto-trash-cane2) Cagnolino con testa dondolante posizionato sul piano del lunotto posteriore: un classico horror degli Anni ’60, poi fortunatamente sparito dalle scene ma che qualche cinese ha pensato bene di tornare a produrre, trovando anche imbecilli pronti ad acquistarli. Raro da vedere: di certo significativo di un serio disagio mentale del proprietario dell’autoveicolo.

 

auto-trash-magnete3) Magnete da cruscotto con raccomandazione alla prudenza. Altra orribile chicca degli Anni ’60 e forse anche ’70. Le raccomandazioni classiche erano quelle del “Non correre: pensa a noi“, piuttosto che messaggi benedicenti di Padre Pio. Oggetto capace di portare una sfiga di proporzioni titaniche.

 

auto-trash-specchietto4) Codini di pelo o altri oggetti appesi allo specchietto retrovisore: non solo di pessimo gusto e totale inutilità ma anche capaci, col loro dondolio, di oscurare totalmente la visuale. Così potevano capitare investimenti di qualche pedone o motociclista con la scusa del “non l’ho proprio visto”… E ti credo, deficiente! hai un peluche da due chili che ti dondola dallo specchietto…

 

auto-trash-bimbo5) L’adesivo “bimbo a bordo” che però preferisco indicare come “Bimbominchia a bordo”. Appiccicato sull’auto allo scopo di indurre bontà e gentilezza da parte della comunità globale degli altri autoveicoli sentendosi però giustificati nel poter fare ciò che si vuole proprio per venir contro alle esigenze del bimbominchia.

 

auto-trash-vetri6) Vetri posteriori oscurati: una difesa della privacy ad oltranza pure questa oggi molto diffusa fra automobilisti romeno-albanesi piuttosto che calabro-sauditi. Patetica forma compulsiva verso il desiderio di chissà quale notorietà.

 

Sono certo di aver dimenticato qualcosa e allora aspetto i vostri preziosi commenti per poter ulteriormente estendere questa speciale classifica della Trash Parade in auto.

occhiolino

 


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Hare Krishna

hare-krishnaOggi mio nipote, commentando di aver sentito in metropolitana una tizia canticchiare le nenie degli Hare Krishna, ha innescato nella mia testa un flashback che mi ha riportato indietro di oltre trent’anni.

Erano i primi anni ’80: lavoravo in HP e giravo come una trottola per tutta l’Italia. Una “brillante” riorganizzazione interna aveva infatti trasformato il precedente gruppo di sei consulenti che supportavano i circa trenta clienti che avevamo in un nuovo gruppo, monolitico costituito solo da …me stesso. Difficile spiegare quale mazzo fossi costretto a farmi con trenta clienti sparsi sull’intero territorio nazionale, isole comprese…

Tra le varie tappe ce n’era una fissa: hare-krishna-3081ogni settimana un giorno intero da passare poco fuori Firenze presso le Officine Galileo dove seguivo la partenza di un sistema di controllo produzione, il primo in Italia a utilizzare speciali terminali di officina (vedi foto) dotati di lettore di codici a barre (oggi sembra banale ma nel 1984 era quasi fantascienza…).

hare-krishna-5Con la mia Fiat Ritmo Diesel aziendale, bianca e non verde contrabbandiere come quella della foto, mi sciroppavo ogni settimana la roulette russa del tratto appenninico dell’Autosole, fra TIR assassini e disturbi radio pazzeschi.

hare-krishna-4Da Sasso Marconi a Prato Calenzano avevi una sola, unica, granitica certezza: l’unica radio che eri in grado di ascoltare era Radio Krishna Centrale.

hare-krishna3Si, proprio lei: la radio di quei simpatici cazzoni che vestiti di arancione, con le teste rasate, se ne andavano in giro a menare il torrone con le loro nenie.

Scontato dire che in quei 50 minuti di inferno e di gimcana fra i TIR il motivetto della loro canzoncina canonica risuonava per almeno una ventina di volte: due palle inaudite…hare-krishna-2

Ma ancora più allucinante era cercare di seguire i dialoghi dei conduttori che, come avrebbero detto ad Oxford, tiravano dei pipponi spaventosi su stronzate di dimensioni colossali.

Si potrebbe argomentare di spegnere la radio: ma allo stesso tempo  era necessario avere qualcosa che distogliesse l’attenzione dal pericolo costante di quel malefico tratto autostradale. Quindi il diversivo erano le considerazioni su quali terribili disagi mentali potessero aver trasformato persone, una volta normali, in coloriti e improbabili coglionazzi.

Poi col tempo sono passati anche loro di moda: meno male! Salvo scoprire, oggi da mio nipote, che qualche superstite esiste ancora.

Gli Hare Krishna quindi sono vivi e lottano per noi? o chissà per cosa…ah già! per Krishna! Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare, Hare Rama, Hare Rama…

occhiolino

 


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e alla fine vinse…

Detesto sentire “io l’avevo detto“: tanto meno pronunciarlo… wasp-1Però mi succede spesso di trovarmi a essere indovino. Già agli inizi del nuovo Millennio raccontavo di come vedessi fosco e molto critico lo scenario europeo, fatta eccezione per lo strapotere dei Krukki. Sostenevo che l’aver messo da parte in modo scellerato il “fare” per trasformare tutto in “servizio” avrebbe portato disastri. Ahimè…ci ho preso!
Quanto a Trump come nuovo Presidente USA non sono per nulla stupito.

Ho avuto modo, negli ultimi anni, di passare un po’ di tempo negli USA e guarda caso proprio in quel Midwest del quale ora tanto si parla come grande bacino favorevole al tycoon.

wasp-2Proprio frequentando quella regione ho avuto modo di maturare consapevolezza sull’incredibile disagio non tanto delle minoranze ma degli stessi WASPs. Chi sono costoro? WASP, ovvero White Anglo Saxon Protestant, insomma la classica popolazione bianca, rigorosamente yankee, quella che, un tempo, cullava il sogno americano.

Me ne resi conto guardandomi in giro, vivendo in un sobborgo, peraltro dorato, di una Detroit che da metropoli di oltre due milioni di persone si era trasformata in città semifantasma con circa 800.000 abitanti. Una realtà nella quale ti imbattevi in interi quartieri abbandonati oppure dovevi evitare zone decisamente pericolose e a rischio incolumità.

Passavo in auto vicino agli autolavaggio e mi accorgevo che chi vi lavorava, per pochi dollari l’ora, non era un nero o un ispanico ma un WASP, forse un ex operaio (blue collar) o addirittura ex impiegato (white collar) di qualche grande azienda che aveva operato una “ristrutturazione”, termine edulcorato per nascondere operazioni da autentica macelleria messicana.

Peggio ancora, magari avevano fatto outsourcing, appaltando e demandando a grandi società di servizi intere aree di gestione aziendale (es. tutti i servizi amministrativi) con la conseguente evoluzione dell’outsourcer (la stessa società di servizi) che, dopo circa un anno o due, metteva fuori tutti i precedenti impiegati per rimpiazzarli con una pletora di indiani (ovviamente non Sioux…), pagati molto meno.

L’outsourcing ha prodotto negli USA una piaga sociale spaventosa, favorendo, anni fa (grave responsabilità dell’amministrazione Bush), l’arrivo di torme infinite di indiani attraverso l’erogazione di visti particolari, poi fortunatamente bloccati quando però era ormai troppo tardi. Quelli nel frattempo erano arrivati, a frotte, erano stati collocati a rimpiazzare, a costi più bassi, personale americano e si erano radicati.

Ogni volta che mi trovavo in un centro commerciale del Michigan o dell’Illinois non potevo non notare l’incredibile quantità di indiani presenti: tantissime mamme con figlioletti, tutti nati negli USA e quindi novelli cittadini americani.

Nel frattempo gli ex “white collars” bianchi erano a spasso, arrabattandosi per sbarcare il lunario. E così te le trovavi agli autolavaggi o peggio ancora a fare i casellanti su un’autostrada. wasp-5Non me lo scorderò mai. Era sera, molto tardi, e rientrando in Chicago con un collega ci fermammo a pagare il pedaggio. Al casello c’era un tizio, molto anziano, di certo oltre i settanta, bianco, l’aria di uno dal passato borghese o quasi. Era quasi notte, l’inverno era gelido, e lui era a fare il casellante…

Adesso tutti i campioni di dietrologia sono lì a pontificare sul fatto che Trump è una risposta al disagio americano, un grido dalla classe media impoverita: ma questa situazione era evidente, anzi palese, da anni.

Attenzione però che non è successo solo laggiù: ciò che negli USA è stato fatto con gli indiani lo si è fatto, o si sta facendo, pure qui con romeni / albanesi o chiunque capace di cantilenare un po’ di italiano…

Ne vedremo quindi ancora e saranno grosse…ma grosse grosse !!! Belle? no, spiacente, non credo proprio!autoreferenz

 


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Avevo un cuore ferrarista

cuore-ferrari-0La passione per i motori l’ho ereditata da mio padre, anzi fu lui ad iniettarmela quando, ancora piccolissimo, mi comprò una macchinina a pedali che riproduceva una Ferrari.

cuore-ferrari-4

Arturo Merzario, il mio idolo

Il Cavallino Rampante divenne presto una passione, una sorte di fede cresciuta negli anni, quando poi da adolescente divoravo letteralmente Autosprint (il settimanale culto del motorismo) sapendo quasi tutto di Prototipi, Formula Uno, Due, Tre…anche le formule minori. E la Ferrari sempre in cima: magari senza amarne i piloti, esempio Lauda, mai piaciuto, ma tenendo fede al pulsante credo ferrarista.cuore-ferrari-1

Poi, purtroppo, ebbi l’occasione di conoscere Jean Todt e letteralmente buttai il mio cuore ferrarista nel cesso. Vado a raccontare il come e il perché.

Erano i  primissimi anni del nuovo millennio: ero uno dei top manager di SAP, azienda leader mondiale nel software. Tra le varie attività marketing dell’azienda c’era (c’è tuttora) una presenza in Formula Uno come sponsor della Mc Laren: quel contratto era in scadenza e, forte di indicazioni circa effettive possibilità, con uno specifico mandato provai a sondare una possibile sponsorizzazione della Ferrari Formula 1.

La cosa mosse i primi passi e maturò in modo consistente: c’erano le basi per un accordo e venne il momento di organizzare un incontro formale col vertice sportivo di Ferrari.

cuore-ferrari-3A capo di tutta l’organizzazione Ferrari Formula Uno c’era, appunto, Jean Todt e con lui venne organizzato l’incontro.

Io mi presentavo forte della volontà aziendale:si parlava allora di una “robina” di almeno 10 milioni di dollari per anno, per una durata di tre anni. Il tutto per avere un paio di adesivi 20 x 25 centimetri sulle fiancate, oltre a un altro, piccolo, sulle tute e sui caschi dei piloti.

Non solo: dalla mia avevo anche il cuore ferrarista e da appassionato ero elettrizzato nel seguire e realizzare questo progetto. Arrivai quindi a quell’appuntamento con addosso un sincero, incontenibile entusiasmo.

Ma già al primo contatto con il mio interlocutore ricevetti una doccia gelida: dalla mia avevo una proposta importante ma dall’altra parte trovai solo diffidenza condita di una spocchia gigantesca, a dispetto delle ridotte dimensioni del soggetto (uno sgraziato, nanetto grassottello). Più che un incontro sembrava un interrogatorio:”ma perché siete interessati a sponsorizzarci?”, “da quando?”, “come mai?”, “ma se eravate con la Mc Laren?”… Mancava solo un faretto sparato sulla mia faccia: l’interrogatorio era continuo e incalzante. Tutto sempre condito con una spocchia tale per cui lo gnomo calava tutto dall’alto, come fosse lui il Divino Fondatore, un Messia.

Esaurite tutte le domande, fornite tutte le risposte, ottenni un laconico e becero:”…si può fare”, sbattuto lì, sul tavolo, come misero contentino da elargire a dei pezzenti.

A quel punto, monsieur Todt, mi invitò, laddove fosse stato di mio interesse, a una visita della Racing Factory. Il poter visitare la fabbrica dove venivano progettate e costruite le Ferrari da corsa era quanto di più entusiasmante potessi mai chiedere. Lui non lo poteva capire ma per me era come portare un bambino nel magico mondo dei balocchi.

Seguii la visita incantato: ovunque guardassi tutto era per me spettacolare, incredibile.

cuore-ferrari-2A un certo punto arrivammo davanti alle sale prova motori: in una di queste il motore di una Formula Uno stava funzionando a più non posso. Domandai al mio spocchioso accompagnatore cosa stessero testando con quel motore. Lui quasi scocciato da tanta curiosità rispose, nel suo italiano francesizzato:”quel motore sta simulando la gara di Silverstone.”. Incuriosito chiesi dettagli: lui, ancor più seccato:”utilizzando la telemetria della gara stiamo replicando esattamente quanto fatto nella corsa”.

Restai un attimo a pensare e replicai:”ma, mister Todt, con tutta questa mole di dati che oggi riuscite a raccogliere, teoricamente, un domani, voi potreste far fare al miglior pilota il giro più veloce su una pista, memorizzare tutte le informazioni e replicarle poi sulla macchina addirittura sostituendo il pilota con un robot…”
Lui mi guardò di traverso borbottando:”volendo si potrebbe…”.

A questo punto di getto, spinto dal mio cuore ferrarista, sbottai:”ma così non sarebbe più sport!”.

Jean Todt si fece scuro in volto. Mi squadrò dal basso al basso (dall’alto ne era naturalmente impossibilitato) e sentenziò:”ma chi ha mai parlato di sport. Tutto questo non è sport! Questo è business, solo e soltanto business !!!“.

Restai senza parole. Mi congedai e appena imboccata l’autostrada verso Milano mi fermai subito all’area di servizio di Modena Nord per buttare nel cesso il mio cuore ferrarista.

Grazie monsieur Todt per avere distrutto con una frase anni di intensa passione e sincera fede ferrarista. jean_todtMa va bene così! Mi avete risparmiato la noia assoluta della Formula Uno attuale voluta dalla Federazione Internazionale dell’Automobile di cui siete l’augusto Presidente: non è uno sport, è solo business !!!

 

ah…se qualcuno fosse rimasto curioso sul come sia poi andata a finire la sponsorizzazione…ebbene, non se ne fece nulla. La mia valutazione, oggettiva, sull’incontro fu tiepida e quindi non spinsi più molto in tale direzione. Dall’altra parte la Mc Laren fece un tantino di molto poco signorile schiamazzo (eufemismo…). Risultato, si continuò a essere sponsor di Mc Laren anche se, da qualche parte, io conservo ancora il “rendering” della Ferrari con i loghi SAP sulle fiancate…e non era male.

Ma tanto è solo business…  occhiolino