La Scrivania Obliqua

Note e osservazioni semiserie dal mondo d'oggi


5 commenti

Il Lonfo

Non ero a conoscenza della metasemantica: mi ci sono imbattuto per caso guardando un video di Gigi Proietti e ho scoperto “il Lonfo“.Il Lonfo

Si tratta di una poesia, appunto in metasemantica, scritta da Folco Maraini nel 1978: mi ha folgorato ed entusiasmato.

Versi e parole che danno spazio infinito alla fantasia di chi legge o ascolta: cosa chiedere di meglio?

Il Lonfo, chi sarà mai? Quale strano animale? Dove vive?Il Lonfo 2

Sta a noi immaginarlo, porlo in una sua dimensione e ambiente; dargli forma e sembianze.

Il Lonfo 4Sta a noi dare un’accezione specifica al linguaggio strano della poesia, comprendendo, ciascuno di noi, in modo diverso il cosa, ad esempio, possa essere “barigattare“…

Bellissimo ! e quindi lascio spazio anche alla vostra fantasia dandovi modo, nel seguito, di leggere la poesia o di ascoltarla dal grandissimo Gigi Proietti che, come par suo, la declama in modo impareggiabile.

Il Lonfo

Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.

È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.

Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;

e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

 

 

Viva la metasemantica ! Viva il Lonfo ! Risate 2

Annunci


Lascia un commento

Zia, anzi Aunt, Mary

(pagina recuperata dal mio taccuino sul periodo trascorso nel Michigan – USA)

Tutto il mondo è paese, ma ogni paese ha le sue differenze. E’ il caso della Zia Maria, in questo caso, trattandosi di Birmingham nel Michigan (USA), Aunt Mary.

Chi di voi non ha mai avuto una Zia Maria: penso tutti. Minuta o grassa, alta o piccolina che fosse la zia Maria aveva tratti peculiari rimasti nella nostra memoria. Il modo di fare, magari di cucinare, piuttosto che di chiacchierare: insomma la zia Maria si distingueva, sempre!

Stesso discorso per Aunt Mary, almeno per quella incontrata mentre ero nel parcheggio di un grande centro commerciale, appunto nei pressi di Birmingham. Stavo uscendo e appena messa in moto la macchina mi stavo accingendo a fare retromarcia.

Cautamente, perché qui è sempre meglio fare le cose con calma, molta calma: se vai di fretta diventi automaticamente sospetto e il rischio di passare qualche settimana a Guantanamo in tutina arancione seda qualsiasi velleità.

Avrò fatto meno di un metro in retromarcia ed ecco palesarsi, nell’immensità del parcheggio del centro commerciale, la zia Maria, Aunt Mary.

Piccola digressione sui parcheggi USA e sulle loro dimensioni. Nulla a che vedere con i nostri: sono grandissimi con corsie di accesso smisurate e posti macchina larghissimi dove per toccare con la portiera l’auto del vicino devi proprio parcheggiarti bastardamente a ridosso.

Lei è’ li ferma, abbarbicata al volante del suo smisurato SUV Lincoln: una specie di autoblindo.Zia Mary SUV

L’età è quella di una settantenne già, abbondantemente, in corsa per gli ottanta.

La pettinatura è perfetta, altrettanto la tinta di quel biondo cenere sobrio. Tutta perfettamente curata: si capisce che è uscita per incontrare le amiche.

Se ne sta lì, ferma, fissandomi, chiusa dentro il suo macchinone: giustamente una Lincoln ! Più macchina a stelle e strisce della Lincoln si muore: la quintessenza degli USA a quattro ruote, il marchio da sempre fornitore delle auto presidenziali, il mezzo tipico dei WASP (white anglo-saxon protestant), certamente repubblicani.

A bordo, alla guida, Aunt Mary mi fissa: sarà ad almeno quindici metri dal punto nel quale sto facendo retromarcia. Cosa credi? Aunt Mary è prudente! Mica si ferma a ridosso di una macchina che inizia a indietreggiare…

La corsia che sto impegnando è larga almeno cinque metri per cui lo spazio è più che ampio. Ma mi stupisce lo sguardo di Aunt Mary, visibilmente preoccupata della situazione da lei giudicata critica.

Nonostante io abbia già completato la manovra e mi sia già allineato lei resta sempre ferma col suo mezzo: lo sguardo fisso su quanto considerato ostacolo, ovvero io e la mia macchina. Faccio allora un gesto di cavalleria.

Resto fermo e le faccio il gesto di passare lei a fianco della mia macchina: ci saranno almeno tre metri.

Mi accenna un piccolo sorriso e con la testa fa segno di no: uno spazio troppo angusto per lei. Mi muovo allora io facendole un cenno di ringraziamento al quale risponde.

A questo punto la curiosità mi prende e decido di girare attorno un attimo per vedere Aunt Mary all’opera col parcheggio.

Esattamente come previsto. Manovra condotta con la velocità del bradipo.

Dopo di che si apre l’immensa portiera e ne scende questa minuta signora col suo bastoncino e dalla deambulazione un po’ incerta.

Magari sta andando a incontrare il gruppo delle sue amiche fermandosi da qualche parte del centro commerciale a sorseggiare un tè oppure un caffè.

Mentre riparto, mi resta l’immagine di questa zia Maria americana che se ne va bellamente in giro con la sua autoblindo da due tonnellate e mezza…e mi viene da ridere.Risate 2


1 Commento

Capetoste ?

Gli Indiani… non quelli con le piume ma quelli che avevan fame (parafrasando Renato Pozzetto)…strana gente.

Strani, molto strani a cominciare da come dicono NO, ciondolando la testa in un modo che, per il resto del globo terraqueo, sembra un assenso…

Mah…non sottolineo altre caratteristiche sennò… vado al punto riprendendo un articolo riportato dal sito di Motociclismo: il funerale del casco.

https://www.motociclismo.it/casco-causa-perdita-capelli-celebrato-funerale-71820

I Sikh non si tagliano i capelli per i loro dettami religiosi (no comment…) e quindi il casco diventa un oggetto improbabile da indossare tenendo sotto una “capa tanta”.

Il fatto che serva per la sicurezza non li turba affatto. Probabilmente quando cadono hanno qualche loro divinità, la Dea Kapatosta, che ne protegge il cranio, oppure chissà…

Io, in moto, mettevo già il casco anche quando non era obbligatorio: sempre, in qualsiasi situazione e ben allacciato.

Forse perché ho cominciato a perdere il crine fin da giovane, diventando quindi una sorta di ateo per i Sikh?  Mah…

occhiolino

 


Lascia un commento

Ikea…Patafùlmen !

Ikea nomi 2Alzi la mano chi non è mai andato all’IKEA. Non posso proprio credere che esista oggi “anima crìata” (citazione alla Camilleri) che non sia incappata, in modo più o meno convinto, in una perlustrazione di tali luoghi.

L’IKEA si ama o si odia: non ci sono sfumature. Ikea nomi 3Ci si va convinti o dietro imposizioni o coercizioni varie. Si cammina, tanto, proprio tanto; si osserva, ci si entusiasma o ci si annoia, ma alla fine qualcosa si compra sempre.

Ikea nomi 4Si…ma cosa? anzi, meglio, quale articolo abbiamo comprato? E qui incappiamo in questi strani e buffissimi nomi dei prodotti IKEA. Sia chiaro, nulla è lasciato al caso. Da bravi scandinavi tutto è codificato e normato; quindi ogni denominazione segue regole precise.

Per chi fosse curioso riporto, in calce alla mia pagina, uno schemino recuperato da un giornale internazionale che aveva appunto spiegato le logiche seguite nella denominazione dei prodotti.

Una sola cosa è certa: l’unico articolo IKEA dal nome facile e quasi naturale è la libreria Billy.

Ikea nomi 5Ma a me piace invece pensare che dietro alla denominazione ci sia un nordico burlone che si inventa, di sana pianta, i nomi più bislacchi.

Se così fosse, e mi piacerebbe, chissà che un domani non ci si trovi davanti ad un grande armadio dal nome Patafùlmen, piuttosto che una cucina chiamata Sturm Stùz

Non ingabbiamo la fantasia, ma piuttosto assembliamola in modo bizzarro con le classiche brugole IKEA…occhiolino

 

  • Denominazione articoli IKEA (fonte: The Huffington Post US):

Letti, guardaroba e mobili da salone: nomi di località norvegesi

Divani, poltrone, sedie e tavoli da pranzo: nomi di località svedesi

Librerie: professioni, nomi maschili scandinavi

Scrivanie, sedie da scrivanie e sedie girevoli: nomi maschili scandinavi 

Mobili da giardino: isole scandinave

Tappeti: nomi di località danesi

Illuminazione: unità di misura, stagioni, mesi, giorni, termini nautici, nomi di località svedesi

Tessuti e tende: nomi femminili scandinavi

Prodotti per bambini: mammiferi, uccelli e parole descrittive

Accessori da cucina: pesci, funghi e parole descrittive

Scatole, decorazioni da parete, foto e cornici, orologi: espressioni slang svedesi, nomi di località svedesi

Ciotole, vasi, candele, porta-candele: nomi di località svedesi, parole descrittive, spezie, erbe, frutti e bacche


1 Commento

Aulo Persio Flacco…poeta…

Di scritte bizzarre me ne ero già occupato in passato scrivendo un paio di pagine in momenti differenti (riportate di seguito) ma basta andare un po’ in giro per l’Italia e si scopre sempre qualche indicazione bislacca foriera di stupore o di una bella risata.

Volterra, cittadina toscana dalla lunga storia estrusca, romana, medievale, rinascimentale… Girando per la città scopro questa lapide, posta nel 2012, a ricordo di tale Aulo Persio Flacco, poeta (giuro me lo ero perso…), riportante una scritta accorata che, ancora adesso, confondo tra l’appassionato e il burlesco.

Leggetela con attenzioneDSC03000

Aulo Persio Flacco, giovane poeta, dai costumi più che morigerati…virginali…

Ma, consentitemi, sono solo io malizioso o anche a voi non scappa una sonora risata pensando al personaggio?

Io me lo immagino con i suoi amici, toscanacci burloni, che cercano di traviarlo portandolo nei bordelli più infuocati della Volterra di un tempo e lui che, inorridito, scappa a gambe levate per poi redigere, con “l’ardito calamo”, dei severi biasimi nei confronti di quei mascalzoni, perversi…brutti…cattivi…

Come non evidenziare poi che i Volterrani, o almeno chi ha posto quella lapide, lo abbiano voluto ricordare così, sopratutto rimarcandone, dopo soli 1950 anni (millenovecentocinquanta…!!!), la prematura scomparsa.

Appassionata memoria o toscananissima presa per “hulo” ? 
occhiolino

 

Le precedenti pagine sul tema “Indicazioni bizzarre”:

https://lascrivaniaobliqua.wordpress.com/2016/07/15/indicazioni-bizzarre-continua/


8 commenti

La nevicata del 1985

Si avvicina Natale e la classica iconografia pubblicitaria, oltre a sfrantumarci i “cabasisi”, ce lo spaccia sempre sotto forma di bianco Natale, con scenari completamente innevati e quasi fiabeschi.

Ma di neve a Natale non se ne vede quasi mai; talvolta nemmeno in montagna. Allora ho pensato bene di rendervi io, con questo breve racconto, l’immagine di un paesaggio con tanta, tanta…troppa neve.nevicata-85-1

Dando per scontato che il lettore tipo di queste pagine fosse allora già più che giovincello, suppongo che tanti di noi conservino ancora indelebile il ricordo della gigantesca nevicata del 1985. Io vi racconto, di seguito, la mia piccola avventura di quei giorni.

Lavoravo alla HP e, con un collega, eravamo in quel di Pomezia a seguire un progetto presso la Procter & Gamble. Fu così che un fatidico giorno, mentre eravamo intenti a far girare i programmi per la pianificazione della produzione del Dash, veniamo colti dalla notizia improvvisa: al Nord, a Milano, nevica di brutto…ma di brutto, brutto, brutto!

nevicata-85-2Logica vorrebbe che uno programmasse alla meglio come schivare il problema. Eravamo di base a Roma: dove stava il problema? Potevamo fermarci qualche giorno in più nell’attesa di una situazione meno critica nei trasporti.

Certo, i trasporti! Qualsiasi volo con destinazione al Nord era cancellato; dei treni si dicesse che qualcuno era partito arrivando però non si sapeva bene dove. Fino a Firenze?, Fino a Bologna? Chissà…di certo non fino a Milano.

Avremmo potuto tranquillamente metterci il cuore in pace; fermarci a Roma e farci delle belle scorpacciate di tonnarelli cacio e pepe. E invece no…!

Il mio collega aveva la moglie in attesa del primo figlio, anzi figlia, e la gravidanza era ormai agli sgoccioli: questione di giorni. All’idea di fermarsi per diversi giorni a Roma, in attesa di migliori condizioni, non ci stava proprio. Voleva assolutamente partire al più presto possibile.

Come? nevicata-85-fiestaL’unica nostra possibilità era la vettura a nostra disposizione, noleggiata presso la Hertz: una Ford Fiesta.

Verificata l’impossibilità di riportare il collega a più comodi consigli mi rassegno all’idea dell’avventuroso viaggio cercando però di fare alcuni preparativi. Contatto quindi la Hertz e chiedo se possono fornirci delle catene per il non si sa mai. La risposta è che di catene neanche l’ombra: sono quindi tutti cavoli nostri. Il collega, peraltro, è sempre più agitato perché sentendo al telefono la moglie aveva ravvisato, telepaticamente, chissà quali segnali di possibile anticipo della nascita. A questo punto prendo una posizione chiara: mi metto in viaggio a una sola condizione. Guido io perché lui mi sembrava veramente troppo in tilt. Il motivo? In primis questo suo presentimento; in secundis, per non far preoccupare la moglie non le aveva detto del nostro folle piano. Si era inventato che avremmo potuto prendere un treno speciale, capace, attraverso chissà quali artifici o peregrinazioni (risalire al Nord dalla dorsale tirrenica), di arrivare sicuramente a Milano in un tempo però non ben definito.

Facciamo il pieno alla Fiesta e via, si parte! Sono le 17 circa.

Fino a Firenze e poco oltre tutto bene: poi arriva il tratto appenninico e cominciamo a trovare neve ma non è ancora tanta. La Fiesta, andando piano, tiene la strada e ad andatura poco brillante risaliamo. Arriviamo all’area di servizio di Bologna Casalecchio che sono da poco passate le undici di sera. Ci fermiamo e il collega si inventa, al telefono con la moglie, che va tutto bene: col treno è arrivato a Genova e si deve capire adesso come fare l’ultimo tratto fino a Milano. Mah…

Ripartiamo e dopo Modena la faccenda si comincia a far tosta. L’autostrada è un manto compatto di neve spesso molti centimetri. Bisogna procedere pianissimo. Nevica che Dio la manda, ma a secchiate! I fari della piccola Fiesta fanno fatica a far luce perché si ricoprono di neve e quindi spesso si fa una breve sosta per pulirli. Attorno lo spettacolo è surreale. Bianco ovunque. La macchina che avanza senza far rumore: si va piano e lo strato di neve sulla strada insonorizza tutto. Lo stesso per gli altri mezzi in movimento: pochi e tutti a velocità bassissima. Guai ad accelerare troppo; peggio ancora a frenare. nevicata-85-3Sull’autostrada ogni tanto quasi ci si ferma per fare lo zig zag attorno a qualche auto o grosso camion che si sono messi di traverso. Sono tantissimi di traverso e dove si sono piazzati staranno per diverse ore. Non c’è alcun soccorso possibile. Se ti stai muovendo perché hai deciso di fare l’argonauta in quelle condizioni sono tutti cavoli tuoi.

Entriamo nella notte più fonda, muovendoci sempre più piano, ma muovendoci. Si macinano non chilometri ma decine di metri.

Reggio Emilia, Parma, lo svincolo per la Cisa, Fidenza, Fiorenzuola, Piacenza, Lodi, e infine, dopo l’ennesima breve sosta per pulire i fanali, Melegnano e la barriera.

Vittoria! No, non ancora: ancora troppo presto, però, bene o male, ci siamo e cominciamo allora a decidere il da farsi quando arrivati a Milano.

Tutti e due avevamo lasciato la nostra macchina al parcheggio di Linate. Decido, vista la tensione del collega, di lasciargli la Fiesta cedendogli il volante una volta giunti a Linate.

A quel punto lui proseguirà per Cassina de’ Pecchi per riabbracciare la moglie: io in quel periodo non solo non avevo moglie ma nemmeno una fidanzata. Mi dovevo quindi accontentare di riabbracciare la mia Fiat Ritmo bianca parcheggiata, giorni prima, su un piazzale davanti a Linate.

Passato Melegnano e inoltratici in Tangenziale lo spettacolo ci lascia attoniti: molte macchine e altrettanti camion o furgoni giacciono sul manto nevoso posizionati nelle maniere più bizzarre. La Fiesta inizia ad arrancare ma ce la facciamo.

Siamo a Linate, fermi davanti all’aeroporto e intorno abbiamo il nulla: un nulla molto ma molto bianco! Sono le 5.20 del mattino! Mi saluto col collega augurandogli in bocca al lupo per i chilometri restanti. Lo vedo gongolante per la gioia di arrivare presto a casa e sono certo che guiderà con estrema prudenza. Siamo arrivati fino a Linate da Pomezia senza far danni: non andrà di certo a farli da lì fino a Cassina de’ Pecchi.

Ma appena resto solo ed entro in aeroporto capisco che la mia avventura non si è ancora conclusa. Vado infatti alla cassa dei parcheggi e sveglio uno degli addetti per il pagamento. Gli chiedo, visto che la mia macchina è in un parcheggio scoperto, se hanno previsto la possibilità di sgomberare la neve e tirarmi fuori la macchina.

Mi guarda come se venissi da Marte e mi comunica con la classica parlata tipica dei lavativi che verrà previsto solo in mattinata lo sgombero della neve sulle corsie del parcheggio e che, dalle 7.00, ci saranno in azione degli spalatori. Ancora cavoli miei…

Vorrei mettermi a discutere ma sono troppo stanco e opto per mandarlo in cuor mio a fan… spostandomi in uno dei bar dell’aeroporto a rifocillarmi con cappuccino e cornetto.

Albeggia ormai e quando il giorno si fa chiaro, con appresso la mia valigia, entro nel parcheggio. Cammino con una certa fatica ma un po’ di neve è stata spostata. Nel parcheggio ci sono delle ruspe che liberano le corsie. Seguendo una di queste arrivo a quella che era la mia Ritmo Diesel bianca. Era, perché ora è una montagna di neve bianca: nemmeno se ne vedono le ruote.

Vedo un gruppo di spalatori e mi avvicino chiedendo la cortesia di spalarmi la neve dalla macchina. Questi mi guardano di traverso e mi fanno intendere che non se parla proprio, neanche a fronte di lauta mancia. Cavolacci tutti miei: ancora… Ma come posso fare, chiedo. Mi dicono allora che, se voglio, per diecimila lire mi possono prestare una pala.

Ed è in questo modo che io ricordo la mitica nevicata del 1985. Non tanto per aver fatto l’argonauta della neve guidando da Pomezia a Milano Linate, quanto per aver passato quasi tre ore, sudando sette camicie, per spalarmi fuori dal fottutissimo parcheggio dell’aeroporto la mia Ritmo. Meno male che allora abitavo abbastanza vicino e, riuscito finalmente a sgombrare e muovere l’auto, decisi di trasformare in acquisto quell’esoso noleggio pala al quale ero stato costretto. Mi sarebbe di certo servita per scavarmi un parcheggio arrivato a casa. E fu proprio così, riuscendo con altri colpi di pala a piazzare la macchina molto vicino a casa. Era quasi mezzogiorno ma finalmente varcavo l’uscio di casa e mettevo la parola fine alla mia avventura.

Che immane fatica la Nevicata del 1985 !    occhiolino

ah…dimenticavo, la bimba nacque un paio di settimane dopo.

 

 

 


4 commenti

Trash Parade in auto

L’altro giorno mi è capitato, parcheggiando la mia auto presso un centro commerciale, di incrociarne un’altra con un vistoso coprivolante di finta pelliccia.

Orrore !!! Erano anni che non ne vedevo: è stato così che mi è venuta l’idea di redigere una personale classifica sulle varie tipologie di trash presenti sulle automobili, sia di oggi che del passato.

Mi auguro anche che qualche paziente lettore, utilizzando lo spazio Commenti, possa contribuire ad arricchire la mia lista perché sono certo che potrebbero esserci altre brutture alle quali non ho pensato.

La mia Trash Parade sull’automobile :

auto-trash-volante1) Coprivolante di pelliccia o similpelo, spesso associato anche a tremendissimi coprisedili sempre in finto pelo.auto-trash-sedili Orpello uso sulle Mercedes di grassi bavaresi panzuti durante gli Anni ’70 e ’80 (adesso si sono un poco raffinati…), ha ritrovato spazio sulle auto delle varie tipologie di slavi che ci “allietano” della loro presenza: romeni e albanesi in primis.

 

auto-trash-cane2) Cagnolino con testa dondolante posizionato sul piano del lunotto posteriore: un classico horror degli Anni ’60, poi fortunatamente sparito dalle scene ma che qualche cinese ha pensato bene di tornare a produrre, trovando anche imbecilli pronti ad acquistarli. Raro da vedere: di certo significativo di un serio disagio mentale del proprietario dell’autoveicolo.

 

auto-trash-magnete3) Magnete da cruscotto con raccomandazione alla prudenza. Altra orribile chicca degli Anni ’60 e forse anche ’70. Le raccomandazioni classiche erano quelle del “Non correre: pensa a noi“, piuttosto che messaggi benedicenti di Padre Pio. Oggetto capace di portare una sfiga di proporzioni titaniche.

 

auto-trash-specchietto4) Codini di pelo o altri oggetti appesi allo specchietto retrovisore: non solo di pessimo gusto e totale inutilità ma anche capaci, col loro dondolio, di oscurare totalmente la visuale. Così potevano capitare investimenti di qualche pedone o motociclista con la scusa del “non l’ho proprio visto”… E ti credo, deficiente! hai un peluche da due chili che ti dondola dallo specchietto…

 

auto-trash-bimbo5) L’adesivo “bimbo a bordo” che però preferisco indicare come “Bimbominchia a bordo”. Appiccicato sull’auto allo scopo di indurre bontà e gentilezza da parte della comunità globale degli altri autoveicoli sentendosi però giustificati nel poter fare ciò che si vuole proprio per venir contro alle esigenze del bimbominchia.

 

auto-trash-vetri6) Vetri posteriori oscurati: una difesa della privacy ad oltranza pure questa oggi molto diffusa fra automobilisti romeno-albanesi piuttosto che calabro-sauditi. Patetica forma compulsiva verso il desiderio di chissà quale notorietà.

 

Sono certo di aver dimenticato qualcosa e allora aspetto i vostri preziosi commenti per poter ulteriormente estendere questa speciale classifica della Trash Parade in auto.

occhiolino