La Scrivania Obliqua

Note e osservazioni semiserie dal mondo d'oggi


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Jurassic IT, continua…

Tempo fa, ancora nel 2016, avevo già dedicato una pagina agli albori dell’Information Technology descrivendo come la tecnologia abbia compiuto salti quantici.
https://lascrivaniaobliqua.wordpress.com/2016/02/09/jurassic-it/

Fra le tante cose “giurassiche” descritte, capaci di stupire chi oggi abituato a una ipercapacità tecnologica, ne avevo, volutamente, tralasciata una, forse tra le meno note; di certo assai pittoresca: il nastro di carta perforata

Era considerato un supporto di memoria; in assoluto il più fragile e meno affidabile proprio per la sua natura cartacea. Però esisteva, quasi a rappresentare una soluzione ultimativa, un’ultima spiaggia, quasi disperata; del tipo “dopo il nastro di carta perforata…il diluvio!”.

Posso raccontarvi la mia esperienza diretta con quel bizzarro strumento. Bisogna tornare alla fine del 1979, inizio 1980. Mi stavo per laureare, e, all’Istituto di Ingegneria Elettronica, lavoravo, per la tesi, su un minicalcolatore (si chiamavano così…) Hewlett-Packard: il modello HP 21 MX.

Jurassic Nastro Laben 70

HP 21 MX

Il computer era abbastanza avanzato, non a caso dette i natali al più famoso HP 1000: aveva, come dispositivo di memoria di massa, un disco fisso, però con un unico, tremendo, difetto: talvolta le testine lo “aravano” !!!

I sintomi erano strani stridii che sentivi provenire dall’unità; fintanto che erano sporadici, nessun problema; se si arrivava alla ripetitività potevano essere dolori.

Dolori atroci laddove il disco si fosse “arato”, col risultato di perdere tutti i dati e programmi memorizzati.

Beh…si direbbe oggi…bastava fare un backup…  Eh, si, hai voglia; quello era il problema! Quel computer lavorava solo col suo disco e basta!!! Per fare un salvataggio dovevi collegarlo ad un altro computer.

Unico soggetto, a nostra disposizione, era un LABEN 70, italico calcolatore che non ebbe seguito, ma che almeno possedeva la capacità di parlare con HP 21 MX.

Peccato che l’arcano oggetto, già allora un po’ attempato, prevedesse come suo unico strumento “memoria di massa” il nastro di carta perforata.

Venne il giorno nel quale si decise di fare il backup del 21 MX e organizzammo, col mio professore e l’assistente, col quale lavoravo, il lavoro e i turni.

nastro-perforato 2Si trattava di collegare 21 MX col LABEN 70; scaricare il contenuto del disco andando a perforare il nastro di carta perforata. Ma il contenuto del disco era tanta roba; il nastro una cosina da poco, pochissimo. Quanti metri o chilometri di nastro sarebbero serviti? Quanto tempo si sarebbe impiegato, visto che il trasferimento dati era lentissimo, proprio a causa della necessaria perforazione del nastro?

Nulla di calcolabile a priori. Una cosa era certa; bisognava presidiare costantemente l’operazione per impedire qualsiasi rottura del nastro e prepararsi a fare le “giunte”, con un po’ nastro adesivo, fra una bobina di nastro e la successiva.

Un lavoro certosino; si doveva essere certi della tenuta senza esagerare con lo spessore dello scotch. Il tutto con un presidio 24/24; da qui i turni.

Alla fine ci riuscimmo impiegando più di 30 ore. Il risultato furono due enormi sacchi della spazzatura neri colmi di nastrino di carta perforata; il nostro, disperato, backup, da conservare gelosamente.  Guai se quei due sacchi fossero stati avvistati da quelli delle pulizie…

Disperato, certo; perché se fosse accaduto qualcosa avremmo dovuto ripetere l’operazione all’inverso. Leggere il nastrino perforato; passarne il contenuto dal LABEN 70 ad HP 21 MX e scrivere il disco. Un altro cinema, dove la criticità stava nel fare in modo che nulla si strappasse mentre il nastrino veniva letto, uscendo piano, piano dai sacchi neri…

Altro che aridità tecnologica; allora la tecnologia era AVVENTURA !!!

occhiolino

 

 

 

 

 

 

 

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Freddure dal…1977

La passione per i taccuini… Oggi sistemando un armadio in soffitta ne è saltato fuori uno che avevo iniziato nel lontano 1977. Frequentavo l’Università e, ricordo ancora, lo iniziai in una settimana di Febbraio in cui ero a casa con l’influenza.

Radio LibereErano gli anni del boom delle prime radio private e, in particolare, io ascoltavo quasi sempre Radio Punto Nord, un’emittente di Brescia nella quale lavorava gente poi divenuta famosa nel mondo delle radio.

Fra le varie rubriche ce n’era una nella quale venivano lanciate una serie di freddure micidiali che iniziai a trascrivere sul mio taccuino. Oggi sono in grado di riproporle…faranno ridere? mah… faranno cagare?  Chissà…   😉   😉Risate

  • Mamma nazista, tu, di pura razza ariana; da oggi per il tuo bambino c’è l’acqua minerale “Kandeggini“. Lo disseta ma, sopratutto, lo mantiene bianco !

 

  • Spira e Ammira“: l’unica bara trasparente che ti permette di morire e vedere cosa ti succede attorno… “Spira e Ammira”: la bara per il defunto curioso…

 

  • Basta con le creme al cioccolato molli da spalmare sul pane… Da oggi c’è Putrella, la prima cioccolata dura come il ferro…

 

  • COYOTA, l’unica automobile che, quando la metti in moto, fa:” auuuuuuuhhhhhh, aaauuuuuuuhhhhhh”…

 

  • La birra più venduta a Cuba è la Birra Peroni Castro Azzurro; l’unica birra che si apre strappando l’apposita…barbetta !

 

  • Quando la voce del leader africano è importante…”Ghanagola“!   “Ghanagola”, la caramella per i leader africani !

 

  • Un gruppo di cattolici groenlandesi ha fondato un gruppo giovanile: Comunione e l’Ibernazione

 

  • E’ in edicola La Svampa, il primo quotidiano dei cabarettisti milanesi…

 

  • Al tuo peggior nemico puoi solo offrire un unico tipo di amaro: l’amaro Ammazzotti !

 

  • Brioschewega“…il televisore che ti mangi con lo sguardo…

 

  • Torturatori, sadici, violenti, oggi anche per voi c’è il motorino giusto…  Aguzzino 50, il motorino delle carogne che si sentono giovani…Risate 3
  • Byashica…la macchina fotografica per chi mastica chewing-gum!

e per finire…

  • potete anche appendervi dei quadretti in bocca con Chiodosan !!!

 

Vediamo… Se le freddure vi fossero piaciute e ci fosse (dubito…) richiesta di ulteriori ho anche una serie di piccoli quiz e aneddoti…

Risate 2


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Mario Marenco, grazie !


marenco 2Se ne è andato Mario Marenco e non riesco a trattenermi dal dedicargli, nel mio piccolo, due righe. L’incredibile e surreale architetto comico fa parte dei miei ricordi di ragazzo accanito e fedelissimo ascoltatore di “Alto Gradimento“, trasmissione radiofonica ineguagliata ed ineguagliabile che vedeva in lui una delle colonne portanti.marenco 3

Quante risate mi ha regalato; quanta ilarità era capace di creare in quelle sue macchiette strepitose dove, grazie alla sua abilità e alla magia della radio, chi ascoltava aveva il privilegio di inventarsi le sue immagini.

Nei vari coccodrilli odierni si ricorda il suo Riccardino di “Indietro tutta“; è televisione…altra roba… nulla ha a che spartire con la statura dei personaggi da lui creati in “Alto Gradimento“; e qui li voglio ricordare, per rinfrescare la memoria a chi c’era e magari raccontarli a chi non c’era.

C’era il Colonnello Buttiglione, poi ripreso da improbabili film di bassa caratura; ma, soprattutto, il Professor Aristogitone…”quarant’anni di insegnamento, quarant’anni di duro lavoro, in mezzo a queste quattro mura scolastiche!“.

Non posso non citare la Sgarambona, personaggio che ebbe anche problemi con la ferrea censura di allora. Una peripatetica dalla voce profonda e gutturale che irretiva i suoi corteggiatori con frasi tipo:”Ciao. Sono la tua Sgarambona…perché mi porti in quel boschetto a “gonfiare” tutti quei “palloncini” ?“. La Sgarambona, una sorta di improbabile ed ingenuo mignottone dalla voce roca.marenco

E poi il mitico Comandante Raymundo Navarro, il primo astronauta spagnolo, lanciato nello spazio sulla navicella “Paloma Segunda” e ivi dimenticato da quei “cabrones y cornudos” del centro controllo. Vita d’inferno la sua, visto che l’orbita era particolare in quanto…quadrata e, quattro volte al giorno, il povero comandante, con la sua navicella perduta, passava da uno spigolo; passaggio che era commentato da un gran rumore di ferraglia e roba che sbatteva dappertutto, con lui ad urlare:” cabrones y cornudos, jo estoy en esta orbida quadrada! Cabrones! Respuende si me sente ! Aqui Comandante Raymundo Navarro, navicela Paloma Segunda…respuende, respuende…cabrones !“.

Ieri se ne è andato pure lui… ma sono sicuro che dove si sarà presentato avrà intonato quella sua fantastica cantilena nonsense fatta di “uto, ato, ito, eto…

Grazie Mario Marenco per le risate e il divertimento che hai saputo regalarci.marenco 4

 


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Al Salone di Ginevra…50 anni fa

Era il 12 Marzo 1969; sono passati 50 anni, ma il mito resta ancora vivo!
La Porsche presentò al Salone di Ginevra, quella che per il motorismo può essere definita l’arma definitiva per il successo: la Porsche 917.1969 12 Marzo

Un’autentico prodigio di meccanica che provo a spiegare anche per i non avvezzi alla passione motoristica.

Cominciamo dal telaio: immaginate una macchina capace di velocità di punta di 370 km/h sorretta da un telaio tubolare leggerissimo; solo 42 kg! 917-frame

Leggerissimo ma sicuro, perché pensato in modo tale da poterne controllare la propria integrità semplicemente soffiandoci dentro aria compressa. Nessuna perdita equivaleva a struttura integra, nella sua incredibile leggerezza.

Il motore: una belva a 12 cilindri (prima 4500 cc e poi cresciuta a 5000 cc) ma boxer, ovvero contrapposti come da tradizione Porsche. Ma soprattutto raffreddato ad aria, potendo quindi fare a meno di tutto il necessario (radiatori, pompe, tubazioni) per il tipico raffreddamento ad acqua. A raffreddare il teutonico motorone ci pensava un’immensa ventola posta all’interno delle bancate dei cilindri: la potete identificare nella foto. Una sventola di ventola!1969 motore

E poi una carrozzeria pure leggerissima, tutta in fibra di vetro, per contribuire ad una efficienza aerodinamica che ci volle, invero, non poco a sistemare.

La macchina era talmente leggera e potente che risultava indomabile e, letteralmente, terrorizzava i piloti. In piena velocità il muso tendeva ad alzarsi e…tenerla in strada non era cosa da poco.

Ma, prove dopo prove, anche l’aerodinamica venne sistemata anche se in modo quasi rocambolesco se non romantico.

Era ormai il mese di Settembre 1969 e il team Porsche era a Zeltweg per dei collaudi. Il pilota (mi pare fosse Brian Redman) continuava ad entrare ed uscire dai box lamentando una tenuta di strada prossima al suicidio.

A un certo punto un ingegnere della Porsche, coadiuvato dal fantastico meccanico Ermanno Cuoghi, fece ritagliare un pezzo di lamiera e lo fece inchiodare, con una rivettatrice, sulla coda della macchina per creare uno spoiler molto grezzo.

Il pilota uscì e girò, girò, girò, sempre più forte, inanellando tempi sempre migliori. Alla fine rientrò ai box e disse:”adesso è davvero una macchina da corsa!“.

E non ce ne fu per nessuno, dominando le gare del 1970 e quelle del 1971. Si dovette cambiare il regolamento per tarparle le ali.

Ma il mito resta! Buon Compleanno Porsche 917 !!!1969 Aprile


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Nu

Il titolo è esatto; non pensatemi già ebbro da anticipati baccanali di fine anno.

nu 1Nu“, lettera dell’alfabeto greco; l’equivalente della “n”. Lo spunto per questa pagina mi è venuto dalla classica inflazione di notizie sul problema dei botti di Capodanno. Ma non parlerò di botti; tanto meno dedicherò una sola riga ai celebro latitanti che li comprano e ne fanno uso.nu 3

Nu” in realtà è un lui. Una figura, quasi dimenticata, incrociato per un attimo; era un iscritto al mio stesso corso al primo anno di Ingegneria a Pavia, Anno accademico 1974-1975.

Non ne ricordo il nome, quello vero; solo la provenienza e le sembianze. Un piacentino formato armadio a due ante con una capoccia di dimensioni rilevanti, non quanto acume ma come circonferenza. 😉

Era uno di quelli che arrivavano al primo anno di Ingegneria dagli Istituti Tecnici e, allora, la dicotomia fra chi arrivava dal Liceo o dagli Istituti era forte e tangibile; di certo per il divario mostrato in Disegno Industriale, dove noi, poveri ex liceali, eravamo brutalizzati. Ma poi ci pensava l’Analisi I a livellare il tutto.   😀

L’armadio piacentino non passava inosservato durante le lezioni; non solo occupava lo spazio di due ma aveva anche l’incauto vezzo di intervenire con una certa goffaggine.

Fu così che durante una lezione di Analisi Matematica I, in un grande emiciclo, il professore, al momento di spiegare un astruso teorema se ne uscì con questa battuta: “e per indicare la nostra variabile, stavolta, non prendiamo la solita lettera alfa o delta o gamma…  Prendiamone una diversa…”nu

Il momento di attesa fu subito interrotto dalla voce del tipo che sbottò con un secco:”Nu! Chiamiamola Nu!”.

Il professore lo guardò in modo beffardo. “Nu? – rispose – Ma dai… Non capita mai; ma si; chiamiamola Nu!”.nu 1 Il tutto condito da un ghignetto sarcastico (sembrava infatti un simpaticone ma poi, quando arrivarono gli esami, capimmo quale razza di stronzo fosse), accompagnato dalla risata di tutti noi presenti. L’unico serio rimase lui che, però, a quel punto, aveva un nome: Nu!

Nu! una lettera tanto breve quanto grande e grosso lui; una contraddizione in termini.

Cosa c’entra Nu con i botti? Adesso ci arriviamo.

Lezione di Chimica. Il professore (di una cattiveria e stronzaggine rara) stava spiegando i cambiamenti di stato.  Fra questi parlò della Sublimazione, ovvero del passaggio di un composto dallo stato solido allo stato gassoso, direttamente, senza transitare dallo stato liquido. Mentre parlava, sottolineò come questo fosse una delle situazioni più difficili da riscontrarsi in natura.

Ma…la sua spiegazione venne interrotta. Nu, alzando la mano, interruppe il professore (e il prof. Cola era soggetto da non interrompere…mai!) sostenendo il contrario, ovvero che ci fossero esempi eclatanti di Sublimazione.

Il professore, sfoderando un sorrisetto di circostanza foriero di successivo massacro, lo invitò ad argomentare.

Nu, non comprendendo il guaio nel quale si era cacciato, partì a razzo dicendo:”Gli esplosivi! Gli esplosivi sublimano!”. Il prof, i cui canini si preparano a sbranare, chiese di articolare il ragionamento.

Nu, ormai condannato, proseguì:”Prendiamo, ad esempio, dei candelotti di dinamite. Sono allo stato solido. Li facciamo scoppiare e non ci sono più; sono passati allo stato gassoso, generando peraltro anche uno spostamento d’aria.”nu 4

Fatto, morto, kaputt… Il professore lo squadrò per quanto Nu fosse grande e grosso e, indicandogli la porta, lo cacciò dalla lezione. Qualche timida risatina a contorno del siparietto venne subito soffocata da un’occhiataccia del prof. pronto a mietere altre vittime.

Povero Nu. Una carriera da futuro ingegnere saltata per aria a causa della dinamite! Non fu proprio così; il ricordo di Nu si perde dietro ai suoi primi fiaschi totali con l’esame di Analisi Matematica I, dove, oltre citare bizzarre lettere greche, non andò mai. Si dice che, arrivato al settimo fallimento consecutivo a quell’esame, abbandonò il corso. Di lui si persero le tracce che restano, però, nella mia memoria ogni volta che si parla di botti.

Bravo Nu; ti sei pure meritato una pagina de “La scrivania obliqua”.

occhiolino


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Lo Sceriffo della Valle d’Argento

Ricordarsi del personaggio citato nel titolo è implicita ammissione di età o, per ritrovare uno slancio di gioventù, di essere stati ragazzini verso la fine degli Anni ’60; sorvolo, pietosamente, sul computo matematico degli anni da allora ad oggi…   😉

Erano gli anni di Carosello e i Supereroi della Marvel erano sconosciuti ai più; ci si accontentava di quanto passava il convento.

C’erano personaggi dal profilo molto avventuroso e una certa qual dote di sex appeal: Mister X della Dixan, sorta di novello Diabolik del detersivo, atletico e Jaguar-munito; oppure Gringo, il pistolero della carne Montana, con il perfido Black Jack sempre preso a calci in culo e la pupa Dolly a cadergli, svenevole, ogni volta tra le braccia.

 

Mister X e Gringo giocavano in Serie A ma c’era anche qualche personaggio che si arrabattava in Serie B; tra questi il mio eroe caroselliano: lo Sceriffo della Valle d’Argento.

 

sceriffo stella negroniChiaramente ero un poco di parte, visto che il valoroso e modesto difensore della legge era il testimonial della Negroni. La parentela, il fatto, sopratutto, che fosse l’azienda dove lavorava mio padre, non ultimo l’abitare proprio nelle adiacenze di uno dei salumifici, sono stati fattori di influenza niente male.

Di conseguenza ero anche dotato del kit da “fan” del personaggio:sceriffo della-Valle-dargento la stella da sceriffo, in bachelite, e il disco a 33 giri che raccontava tutta la storia…nel caso a qualcuno non bastassero i Caroselli…

Per chi non se lo ricorda, eccovi servita, di seguito, la riproduzione del jingle e l’elettrizzante storia dell’avventuroso paladino della legge della Valle d’Argento.

La musichetta non era poi così malaccio: il clou però era il jingle de “le stelle sono tante, milioni di milioni, la stella di Negroni vuol dire qualità“. 😀

Al proposito, mi sono sempre domandato se il bravo Francesco De Gregori non l’abbia presa come spunto ne “Non c’è niente da capire”…  mah, fusse che fusse…  😉

Torniamo però a questo supereroe del salame e della mortadella provando a farne una disamina critica a oltre 50 anni di distanza. Penso sia giunto il momento di farne una retrospettiva; d’altronde siamo o non siamo in un paese fondato sulla dietrologia?

Per aiutarvi a seguire la mia analisi penso sia giunto il momento di rinfrescarvi la memoria con un paio delle “tumultuose” avventure del nostro.

Ecco quindi, alla bisogna, un paio di filmati di Carosello :

 

Accidenti…siete rimasti senza fiato? Come avete visto non si fa mai male nessuno: un difensore della legge dal profilo basso ma attento a non spargere nemmeno una stilla di sangue; nemmeno quello dei cattivi.

Veniamo all’analisi critica: i punti chiave sono i seguenti:

  1. Assenza dell’eterno femminino. La classica bonazza di turno latita né tanto meno vengono addotte testimonianze di successi mietuti dallo Sceriffo con l’altro sesso. Di sicuro l’allampanato look e l’abbigliamento non gli forniscono grande appeal. In compenso è rimarchevole la costante presenza del Vicesceriffo, soggetto goffo e ridicolo, dalla parlata non sopraffina e dalla dentatura improbabile. Cosa abbia spinto lo Sceriffo a dotarsi di cotanto scalcinato aiutante è domanda aperta: pietà? amore del brutto? parentela? Supposizioni tante ma nessuna risposta certa!
  2. Senso di insicurezza: ogni baruffa o sparatoria finisce sempre con una doppia manifestazione di non celata insicurezza. Da un lato il Vice a dire:”Sceriffo…anche questa volta è andata bene!“…una frase che chiaramente evidenzia una profonda incertezza circa il risultato dello scontro, nonché il compiacimento per una vittoria e per la salvezza, non data per scontata… Altro che Gringo o Mister X, sicuri della vittoria al 100% !!! Ma questa incertezza è pure avvallata dallo Sceriffo stesso, quando chiude sempre con:”...ringraziamo la nostra buona stella!“. Ma come? una chiara ammissione che si sia avuta una botta di culo e che solo e soltanto il magico stellone della buona sorte li possa togliere, ogni volta, dai pasticci. Alla faccia del supereroe…  😉

 

Ma alla fine continuiamo a volergli bene lo stesso! Se non altro lo Sceriffo al galoppo nella Valle d’Argento è il ricordo di un tempo passato, di quel tempo nel quale le strade della vita erano aperte, più o meno, in ogni direzione davanti a noi.

Non solo, era anche un simbolo, con la sua quasi normalità, della beata ingenuità che permeava quei tempi belli. Fate vedere un episodio dello Sceriffo della Valle d’Argento a un bambino o ragazzino di oggi e, come minimo, vi rutta in faccia…o giù di lì.  😦

E allora…sempre Viva lo Sceriffo della Valle d’Argentosceriffo 1 che cavalca a cuor contento…perché quel cuor contento era, un poco, anche il nostro.

 

 


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Il primo Motosalone non si scorda mai…

In questi giorni si sta svolgendo a Milano EICMA, l’Esposizione Internazionale del Ciclo, Motociclo e Accessori: quello che gli over59 come me, intrippati di moto e motori, hanno sempre chiamato il Motosalone.

Una kermesse incredibile che raccoglie sempre torme di visitatori, alla faccia della completa disponibilità su Internet di tutto quanto viene presentato. Sarà l’atmosfera che vi si respira, il contatto fisico con le moto esposte, la possibilità (in alcuni casi) di poterci pure salire sopra; non ultimo, lo spettacolo incredibile di splendide fanciulle a contorno dei vari stand.

Lo confesso: non ci sono andato e da qualche anno latito. La ressa, l’assembramento mi blocca e non mi piace: preferisco quindi farmi un tour virtuale attraverso Internet.

Ma ad ogni edizione non posso non ricordare il mio primo Motosalone, quello che non si scorda mai… Era il Novembre del 1969; avrei compiuto 14 anni il mese successivo: in realtà avevo la fortuna di possedere già il mio primo motorino, un Ciao Special, arancione.

Andai assieme a mio cugino Piero, più grande di me, che iniziava già a fare qualche gara di Regolarità, quella che adesso si chiama Enduro.

Milano ci accolse con una di quelle giornate grigie dove non capivi dove finisse la nebbia e iniziasse lo smog: quelle cappe dense e scure che avevano ingrigito tutto il Duomo e l’intera città. Ma tanto non eravamo lì per fare del turismo.

La meta era una sola: Amendola Fiera e  da lì l’ingresso al Salone per starci ore ed ore fino a pomeriggio inoltrato.

Ricordo ancora l’impressione degli stand e quanto mi colpì, da subito, quello della Moto Guzzi, enorme e posto subito all’ingresso del primo padiglione. Già, perché allora l’Italia era ancora terra di costruttori e le moto italiane tra le migliori, o, forse, le migliori…anche se politica e sindacati stavano già mandando tutto a schifio… (possiamo dire che ci sono pienamente riusciti).

Presentavano il Ghez, un prototipo di 50 cc con tanto di motore bicilindrico. Mi lasciò incantato (non venne però mai messo in produzione e rimase un prototipo come lo vidi allora).EICMA Guzzi Ghez

Poi la Moto Morini Regolarità 125 a 5 marce: che spettacolo !EICMA 69 4

Mi affascinarono anche gli stand dei caschi: ricordo, in particolare, quello della AGV. Si cominciavano a vedere i primi caschi integrali, per allora una assoluta novità che si guardava con diffidenza. Chi correva indossava ancora i cosiddetti caschi a scodella e gli occhialoni: il casco integrale sembrava roba da marziani…  😉

Altro rito irrinunciabile era la raccolta di gadget, adesivi, depliant, poster, di tutto e di più. Uscimmo, nel tardo pomeriggio, con una quantità imbarazzante di materiale, il novanta per cento del quale inutile ma non importava: faceva parte della liturgia.

Di anni ne sono passati un botto da quel lontano 1969: non serve fare il conto… però ad ogni edizione di EICMA torna sempre alla mente quella fantastica, grigia, giornata.

Il primo Motosalone non si scorderà mai !