La Scrivania Obliqua

Note e osservazioni semiserie dal mondo d'oggi


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Un dì andai soldato…le Comiche !

Seguito della pagina precedente, ovvero https://lascrivaniaobliqua.wordpress.com/2020/04/18/un-di-andai-soldato/ , ma stavolta l’intenzione è quella di raccontare le situazioni più comiche vissute. Leva - Artical

Vero, perché tra fiumi di noia, quasi sempre, picchi di adrenalina (lo sparare al poligono e le guardie armate), momenti di tragedia (la bomba alla Stazione di Bologna), qualche frammento di autentica comicità c’è scappato: pescando dal cilindro della memoria vi racconto i tre migliori.

  • La mimetizzazione camaleontica

Giornata di esercitazione del mio Reparto dalle parte dei Lidi Ferraresi. Le procedure impongono che prima di schierarsi ci debba essere una ricognizione per decidere dove piazzare il radar e poi le batterie contraeree.

Essendo io radarista, o meglio presunto tale, faccio quindi parte del Nucleo di Ricognizione che parte in avanscoperta. Si fanno le varie attività necessarie; si prendono le decisioni conseguenti e, infine, si comunicano le informazioni al resto del Reparto e…si attende.

Svolti i miei compiti, in attesa che arrivi l’autocolonna, mi metto comodo, seduto sulla riva di un argine con il mio fucile di traverso sulle gambe. Il mio Capitano, rompipalle di grande caratura, si avvicina e, arricciandosi uno dei baffoni, mi apostrofa:”Negroni, assuma un atteggiamento più tattico”.

Vabbè, lo confesso, ero un po’ svaccato. Allora mi distendo lungo il pendio dell’argine puntando il fucile e, con fare provocatorio, rispondo:”così va meglio?”. Lui, cagacazzi titanico, di rimando:”peccato lei non sia mimetizzato”.

Provochi? Non sai con chi hai a che fare… e allora parto come una furia scopo rapida mimetizzazione. Disbosco cespugli, rami, strappo erba, e assemblo tutto utilizzando al meglio la retina sopra l’elmetto.

Leva - MimesiL’elmetto ormai non esisteva più: al suo posto uno strano incrocio botanico di dimensioni imbarazzanti; alto sui 60-70 cm e largo quasi un metro.

A quel punto riprendo posizione e con sarcasmo mi rivolgo al Capitano:”Signor Capitano, penso che meglio di così non si possa”. Lui scuote il capoccione ma è chiaro che stavolta ho più che pareggiato e risolto la contesa.

Ma il buffo viene ora.

Arriva l’autocolonna e, quando nei pressi, la procedura prevede che noi si debba sbucare dai nostri posti per guidarla nei vari punti designati.

Sulla Campagnola di testa l’autista è tutto concentrato nello scrutare l’argine e quando quel grosso cespuglio, che vedeva alla sua destra, salta in piedi si spaventa un attimo e sbanda fermandosi per un soffio dal finire giù dall’argine.

Quel cespuglio era il Caporal Maggiore Negroni…

  • La prova dell’Autoparco

Fine Marzo 1981; ormai conto meno di tre settimane al mio congedo e mi capita tra capo e collo un’esperienza quasi fantozziana: la prova dell’Autoparco.

Si tratta di una prova di verifica delle condizioni dell’intero parco automezzi del Reggimento: Campagnole, furgoni, camion, piccoli e grandi. Ogni veicolo a motore deve essere collaudato su un percorso impegnativo dalla Caserma a Bologna (vicino a San Lazzaro di Savena) fino al mitico Passo della Futa, dove passava la Mille Miglia.

Detta così sembra una gita fuori porta ma bisogna tenere conto delle effettive condizioni di detto autoparco: il numero dei mezzi realmente funzionante non superava il 65-70 % e, anche tra quelli, molti andavano a singhiozzo.

Vengono formati gli equipaggi; per ogni mezzo un autista e un ufficiale/sottufficiale/graduato come “capomacchina”.

Leva - CP70Vengo assegnato a un CP70 (Camion Pesante del 1970) con un ragazzo, come autista, che, quantomeno sembra saper guidare e abbastanza bene.

Bologna – Passo della Futa e ritorno… si parte tutti incolonnati alle 5.30 del mattino, con una scorta nutritissima di Carabinieri motociclisti. Lungo il tracciato sono già stati prima schierati dei “movieri”, ovvero dei soldati con lo scopo di segnalare il percorso.

I poveretti prescelti avevano lasciato la caserma verso le 4.30…

Si parte…o almeno si dovrebbe visto che circa una quindicina di mezzi si piantano subito nei primi due chilometri.

Il nostro CP70 sembra funzionare e cammina. La colonna procede a passo di lumaca e quando cominciamo a trovare un po’ di traffico civile iniziamo la raccolta delle imprecazioni, sacrosante, di chi, dovendo andare al lavoro, incoccia questa assurdo biscione di oltre due chilometri, arrancante e sbuffante verso il Passo della Futa.

I poveri Carabinieri motociclisti al seguito si danno un gran daffare per minimizzare il disagio provocato e tenere assieme i pezzi di un serpentone che si sfilaccia e si decompone.

Quando dopo un paio d’ore iniziamo a salire superiamo tanti che, collocati prima di noi, non ce l’hanno fatta. Dovranno attendere i camion gru di soccorso; chissà quando mai faranno ritorno.

Alla fine il mitico Passo della Futa: ci siamo arrivati ! In realtà contiamo nemmeno il 40% dell’autoparco: i migliori !

Piccolo discorsetto, di rito, del Colonnello, veloce spuntino a pane e mortadella (quella militare…di ignota produzione e provenienza) e vai col ritorno.

Alla ripartenza, sul Passo della Futa, un paio di grossi camion esalano l’ultimo sussulto meccanico: narrano le cronache che i loro equipaggi siano stati recuperati a notte fonda…o forse mai.

Col nostro CP70 siamo quasi arrivati; l’ultima rotonda a San Lazzaro di Savena; tra un chilometro e mezzo la caserma. E nella rotonda il cambio fà “crac” e si pianta tutto. Fine dei giochi.

Però ci va di lusso; dall’altra parte passa un camion gru appena partito. Lo fermiamo al volo e dopo solo 30 minuti siamo già in caserma.

Sono ormai le 15…ma siamo andati fino al Passo della Futa e “quasi” tornati.

  • Sono arrivati i russi

Anche qui sono ormai agli sgoccioli del mio servizio; manca poco, pochissimo.

Vengo coinvolto in una Ricognizione Esplorativa; con un piccolo manipolo (un Sottotenente, io e un paio di altri commilitoni) dobbiamo definire la ipotetica collocazione del Reparto a difesa contraerea dell’aeroporto di Bologna. Il luogo indicato è ubicato presso una grande Cascina nelle vicinanze.

Iniziamo subito stile Le Comiche: il Sottotenente, un ragazzetto un po’ pirla, incurante della raccomandazione che gli avevo dato, ricordandogli che dovevamo fare una simulazione e nulla era reale, si presenta alla proprietaria della Cascina dicendo che dovevamo collocare delle batterie di cannoni nei suoi terreni. La signora trasecola e intervengo io smussando il tutto ribadendo il fatto della simulazione:”signora dobbiamo fare solo finta di…Stia tranquilla”.

Dopo questo inizio imbarazzante catechizzo il collega che deve restare col farneticante tenentino pirletta che aveva già iniziato a parlare di “posti di raccolta feriti”; il compito era rincuorare la signora, ormai in stato ansiogeno spinto, sottolineando come fosse tutto per finta.

Nel frattempo, con l’altro commilitone, mi allontano per trovare un punto ideale per l’ipotetica collocazione del radar e fare dei rilievi. Identifichiamo il centro di un grande campo arato da poco.

Siamo intenti nei vari rilievi e diagrammi da fare quando mi sento strattonare un pantalone della mimetica. Guardo e vedo un bimbetto, piccolo, piccolo, bruttino, età indefinibile, che mi osserva dal basso in alto domandandomi:”signore…ma voi di che Esercito siete?”.

E fu lì che mi venne la folgorazione; il lampo di genio, il guizzo, la luce…
Con un accento palesemente artefatto alla Popoff, rispondo:” siamo russi! ma non dirlo a nessuno!”.

Il bimbetto si trasforma in Speedy Gonzales e con uno scatto bruciante fugge via, terrorizzato, gridando:” Mamma, mamma, sono arrivati i russi !”.

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Un dì andai soldato…e di anni ne son passati tanti…


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un dì andai soldato…

Sono passati quarant’anni da quel giorno, il 15 Aprile 1980, quando partii per il mio servizio militare: la naia!

Ebbene si: l’ho fatto il servizio militare! Alla faccia di tutti i vari imboscati/raccomandati che l’hanno sfangato. L’ho fatto; eccome se l’ho fatto! Perché mi sono fatto un mazzo tanto e se avrete la pazienza di leggermi capirete il perché.

Non voglio però tediarvi con la cronaca di quell’anno; mi limiterò solo a raccontarvi un po’ di situazioni ed esperienze vissute. Posso solo dire che, contrariamente a come la pensavo tanti anni fa, ovvero essere certo di avere buttato nel cesso un anno di vita, il tempo mi ha dato modo di ricredermi, classificando quella come un’esperienza di vita importante, utile a toccare con mano realtà a me sconosciute.

Se ne avete voglia, comincio a raccontare.

  • Il Viaggio

Partii da casa, nel mio ultimo giorno da civile, con la mia valigia, per un viaggio in treno destinazione Ascoli Piceno, sede del Centro Addestramento Reclute (CAR) assegnatomi: il 235° Battaglione (Bgt.) Fanteria “Piceno”. Ma, premetto, io non ero un fante; da subito, infatti, la mia assegnazione parlava di “Artiglieria Contraerea dell’Esercito” (ArtiCAL).

Fu un viaggio a tappe; prima fino a Fidenza, accompagnato in macchina dai miei. Poi fino a Bologna; da qui fino a San Benedetto del Tronto e poi Ascoli. Si scrive Ascoli ma si pronuncia Asccccùli; fu un bell’impatto con quella parlata locale così piena di “sccc, sccc”… In verità il primo vero impatto da basso padano, uscito dalla sua tana, fu gastronomico.

Alla stazione di San Benedetto del Tronto, in attesa del treno per Ascoli, decisi di mangiare un panino. Mi attirò un bel paninazzo con la coppa e così lo ordinai:”un panino con la coppa”. “Coppa ???” mi venne risposto. Allora, a fugare ogni dubbio, additai l’oggetto del desiderio. “Ah…un panino col capocollo!”. Capocollo??? Chi mai aveva sentito parlare di capocollo; quella roba a casa mia era coppa! Dentro di me una vocetta cominciò a dire “andiamo bene…”; ma come Amatore Sciesa mi imposi il “tirém innanz”…

Arrivato infine alla meta, bastarono solo due giorni per avere risposta all’amletico dubbio col quale ero partito da casa: perché finire in un reparto di fanteria quando sulla cartolina mi si assegnava alla Contraerea? Semplice! Marciare, marciare, marciare; tutto il giorno, tutti i giorni… Marciare, avanti, indietro, destra, sinistra. Presentat’arm ! Pied’arm ! Attenti ! Riposo ! Passo ! Cadenza !Leva - 235 Piceno

Tutto quanto finalizzato al non fare una figura di merda al successivo Giuramento, evitando ridicole ammucchiate o penose ritmiche. Esiste infatti una ritmica particolare quando un reparto di un centinaio di ragazzotti marcia o si deve schierare. Ad esempio; il passo non cadenzato e il conseguente “tump, tump, tump” da marmaglia; oppure, al comando “baionetta”, il clic-clac sfalsato di un centinaio di baionette. E’ proprio inascoltabile. Lo stesso col comando “pied’arm”; sentire un centinaio di calci di fucile che toccano il suolo con un trac-trac-trac-trac- infinito è ben diverso da un unico, ben scandito TRAC ! Così, per giorni e giorni, si marcia e si impara il concetto di “massiccio“; meglio ancora di “massiccio ed incazzato“. Insomma, tutta una teoria contro la quale chi scrive, allora fresco neolaureato in Ingegneria Elettronica, andò a sbattere mica poco…

 

  • Lo Zappatore

Dopo le quattro settimane di CAR, fatto il Giuramento, ci fu l’assegnazione ai reparti definitivi; anche in questo caso, però, mi ritrovai in una situazione particolare. La mia prima destinazione, prima di quella definitiva, fu la Scuola di Artiglieria Contraerea (SACA) con sede a Sabaudia per un corso di specializzazione su un radar.

Altro viaggio ma, quantomeno, due elementi di interesse; era metà Maggio, cominciava il caldo; Sabaudia era sul mare… L’idea poi di frequentare un corso di specializzazione non era poi male; chissà…si poteva imparare qualcosa. Non andò effettivamente così.

Anzitutto l’ambiente era…peculiare. Ogni mattina, ad ogni adunata, sembrava che ci si dovesse preparare ad un colpo di stato; diciamo che tutti erano molto massicci e molto, molto incazzati! La disciplina era ferrea; ad esempio, nei cortili interni non si poteva mai camminare. Bisognava sempre, pena punizioni, andare di corsa e inquadrati; anche per andare a fare la doccia. Anche quando si attraversavano i cortili da solo dovevi essere di corsa e con passo cadenzato.

Non bastasse, ma se al CAR ci avevano fatto sparare il minimo sindacale qui ci fecero fare i recuperi, con gli interessi. L’arma allora in dotazione era il Garand, un fucile più che vecchiotto usato dagli americani nella guerra di Corea.Leva - Garand La sua “peculiare” caratteristica era, avendo una portata di tiro pazzesca, quella di avere una molla dell’asta di armamento di una durezza spaventosa; tirare l’asta di armamento per caricare il fucile era uno sforzo non da poco. Soprattutto da farsi con la massima attenzione perché nel caso non si fosse riusciti a trattenere l’asta, per la pressione della molla, questa partiva alla velocità della luce richiudendosi mentre si stava sistemando col pollice il caricatore in sede. Il risultato era l’amputazione, quasi sicura, di una falange del pollice! Questo significava che ogni caricamento era un’operazione che procurava qualche apprensione. Alla SACA decisero che, avendo noi sparato troppo poco al CAR, bisognava recuperare. Così uno dei primi giorni ci portarono al Poligono; lo chiamavano “pantani d’inferno” ricordando ancora il periodo delle bonifiche dell’agro pontino che diedero vita a Sabaudia stessa.

Lì iniziarono i fuochi d’artificio; per prima cosa il fucile Garand col quale sparai cinque, diconsi cinque, caricatori completi. Questo implicò il supplizio di cinque fasi di caricamento e relativi scongiuri. Per non parlare poi del calore emanato da un fucile che dopo una ventina di spari si arroventa… Ma non era finita.

Si passò al FAL, la carabina a tiro rapido, sparando a colpo singolo piuttosto che a raffica e facendo fuori un paio di caricatori. Ma erano ancora le prime portate…

Leva - MGVenne il turno della tremenda MG, una mitragliatrice con la quale mi cimentai in una ben riuscita, eufemismo, raffica che, partendo dalle sagome bersaglio, risalì l’intero terrapieno di sabbia per poi perdersi verso il mare, col Sottotenente, sdraiato di fianco a me che mi gridava “spara più in basso, più in basso, cazzo!”. Poi fu il turno dei secondi piatti; le bombe a mano. Non quelle da esercitazione, simili a petardi, del CAR; no! Bombe a mano vere che ti facevano tremare la terra sotto i piedi e producevano buche spaventose. Cercando di tirare la seconda il più possibile distante finii col tirarla altissima in una sorta di campanile. Il risultato fu che scoppiò molto vicino, troppo vicino, e sul sottoscritto, buttatosi a terra, scaraventò una bella carriolata di terra…  E alla fine il dessert: il bazooka. Di quello però non ricordo praticamente nulla salvo la pacca sulla spalla che era il segnale per sparare; tanto fumo e altrettanto rumore; ma ero ormai totalmente rincoglionito da tutta quella sarabanda che non capivo più nulla.

Il giorno successivo iniziava il corso radarista. Ci portarono, a passo di corsa, in aula e li ci dissero che, contrordine, dovendo realizzare il prato per il museo dell’Artiglieria Contraerea il nostro corso aveva una destinazione diversa: i pantani d’inferno, per dissodare zolle di prato da portare con i camion in caserma e utilizzarle per la realizzazione del prato. Lo zappatore!  Per oltre tre settimane, ogni giorno, sotto un sole cocente, almeno nove ore ai “pantani d’inferno” a zappare e zappare.

Quando, alla fine, mi concessero, prima di raggiungere il reparto definitivo, una licenza di cinque giorni, tornato a casa, per la prima volta, ero un po’ stravolto: otto chili di meno, un’abbronzatura da muratore pazzesca (non ci fu mai concesso di toglierci la maglietta zappando) ma due braccia muscolose come mai.

Leva - SACA

Contro l’ala nemica addestro e tempro

D’altronde il motto della SACA era, ed è:”Contro l’ala nemica addestro e tempro“.

Beh, nel mio caso non ha addestrato una cippa ma, in compenso, mi temprò i muscoli in modo importante. Massiccio ed incazzato!

 

  • Il Reparto
Leva - Artical

La Fede è scintilla del mio fuoco

Finalmente la destinazione finale è raggiunta! A Bologna, presso il 121° Reggimento (Rgt.) ArtiCAL, I° Gruppo, II^ Batteria, incarico 121G, ovvero addetto al Radar AN TPS.

Leva - VialiAnzitutto la collocazione,  da subito, sembrò, come indirizzo, bizzarra: Caserma Cap.Maggiore Corrado Viali, via Due Madonne, Bologna.

Due Madonne??? Ma mi avevano sempre insegnato al Catechismo che ce n’è una di Madonna. Ebbene si; a Bologna, città di mattacchioni, esiste, quasi al confine con San Lazzaro di Savena, una lunga via che si chiama Due Madonne. Mah…forse melius abundare?

In quel posto ci dovevo stare, e ci stetti, ben dieci mesi; era quindi necessario acclimatarsi, salvo il dare di matto molto presto.

Di certo l’impatto non fu banale. Il reparto non costituiva la créme dell’esercito italiano; diciamo che la popolazione era molto assortita, con un livello di scolarizzazione che definire basso era ottimistico. Un coacervo di gente di varia provenienza, quasi tutti meridionali, suddivisi per etnie; nella mia batteria c’erano le camerate dei napoletani, una sorta di piccola Gomorra, e quelle dei calabresi, con una di queste territorio di vera N’drangheta. Insomma un bel po’ di tipini fini con i quali mai mi era capitato di imbattermi nella mia vita e anche questa fu tutta esperienza. Nel mucchio riuscivi però a cogliere le individualità e ce n’erano. Personaggi dal grande estro e fantasia, oppure dalla meticolosità incredibile; altri dotati di una empatica leggerezza nell’affrontare il quotidiano, sapendo trovare sempre spazio per una battuta, una risata, una frecciatina. Poi alcuni di una ingenuità incredibile, tali da sembrare usciti da una novella del Verga, come l’indimenticabile ragazzo calabrese di professione mugnaio, nero che più nero non si può; quello che ad ogni libera uscita, si riempiva di lacca perché, secondo lui, le ragazze bolognesi amavano il pelo liscio. Peccato che la lacca non se la spruzzasse solo in testa ma pure sui peli delle braccia, pettinandoli con attenzione…

Gente semplice ma buona d’animo. Meglio invece sorvolare su quelli da Gomorra o N’drangheta; posso solo dire che gli piaceva giocare a pallone con un elmetto quando gli altri, di notte, cercavano di dormire.

Il mio comandante, un Capitano baffutissimo e arcigno, mi destinò all’ufficio di Fureria, quello sul quale gravita la gestione della Batteria. Solitamente la figura del Furiere è quella di un mezzo imboscato che fa attività d’ufficio mentre gli altri svolgono i vari servizi necessari. Non era, purtroppo, il caso della II^ Batteria.

Secondo il nostro, paraculissimo, Capitano, il Furiere doveva assolvere tutto quanto necessario alla gestione di una Batteria di 160 persone circa, coordinandone tutte le attività; allo stesso tempo, non era però dispensato dai servizi, fatte salve le attività di servizio in cucina/mensa e la “ramazza reggimentale”. Restavano quindi tutti i servizi di guardia e gli eventuali turni di sorveglianza in polveriera; robetta non da poco visto che il lavoro che ci scaricava addosso andava ben oltre le classiche otto ore.

Capitava quindi di montare di guardia per un giorno intero e poi tornarsene in ufficio e fare le ore beate per evadere quanto rimasto indietro, inevaso. Insomma, il caro, baffutissimo, Capitano, fece a noi poveri Furieri un paiolo tanto.

L’unico vantaggio di quell’ufficio era, a costo di restarci anche la notte, il fatto di essere tutto nostro e questo ci dava modo, terminate le attività, di trasformarlo in una sorta di Circolo privato aperto solo a pochi eletti; praticamente lo sparuto gruppo di persone, fra commilitoni e Sottotenenti (erano di leva anche loro e, salvo un caso, erano tutti ragazzini) con cui si era fatta amicizia. In realtà non con tutti i Sottotenenti, perché un paio erano veramente degli insopportabili coglionazzi e ad ogni loro ingresso in Fureria venivano da noi cacciati in malo modo, piuttosto che intortati con qualche scherzetto.

Al contrario era bello invece trascorrere del tempo ascoltando, ad esempio le chiacchiere di Lello, il Sottotenente belloccio, che raccontava le sue avventure da sciupafemmine, piuttosto che creparsi dal ridere quando un altro faceva dei cazziatoni micidiali a qualcuno apostrafondolo con “ma che? ma tu c’hai la neve nel cervello!!!”.

Dieci mesi nei quali si sono avvicendati fatti belli (compatibilmente col luogo) e meno belli, se non addirittura tragici. Uno su tutti, purtroppo: la bomba alla Stazione di Bologna… La prima volta nella mia vita nella quale mi trovai a versare lacrime per persone sconosciute. Per non parlare degli svariati allarmi Brigate Rosse (che allora si dilettavano ad assaltare le armerie delle caserme); e spesso ci capitava di dover allestire un presidio armato davanti all’armeria, contigua al nostro ufficio.

Poi venne il terremoto in Irpinia, con tanti dei commilitoni che erano di quelle parti.

Ma c’erano anche le cose amene o almeno ridicole: ad esempio quella del calabrese, vero avanzo di galera, al quale ogni due mesi arrivava un GMF. Si trattava di una comunicazione di Gravi Motivi Famigliari per i quali si otteneva una licenza di dieci giorni; nel suo caso era sempre una nonna a morire. Certo…alla terza nonna la cosa cominciò a farsi strana; alla quarta nonna poi, non ne parliamo. Fu allora nostra cura, mia e del collega, riversare sul manigoldo, ad ogni suo rientro, una quantità di servizi mai vista prima; la cosa non lo rendeva di ottimo umore, e più volte minacciò di farci la pelle. Però riuscimmo sempre a farla franca e fargli fare sistematicamente un grandissimo culo!

 

  • Il Radar

Beh, stavo dimenticando l’oggetto che avrebbe dovuto essere il mio strumento di lavoro ma del quale non sapevo nulla. Al reparto, quantomeno, ne feci la conoscenza, istruito dal Sergente Maggiore radarista che mi spiegò tutto, o almeno quasi, intervallando ogni sua lezione con raffiche di “sùca”; era un siculo simpatico e mattacchione.

Dicevo che mi spiegò quasi tutto; tranne una cosa… Il freno della grande antenna rotante.Leva - Radar ANTPS

Venne il giorno nel quale, usciti per una esercitazione (si faceva più o meno finta di sparare ad un aereo da caccia, che si prestava a prendersi gioco di noi), Mic, così lo chiamavo, mi disse che avrei montato io l’antenna. Si trattava di salire sul tetto del carro rimorchio e cominciare a montare, pannello per pannello, la grande antenna rotante. Per le parti più esterne si doveva fare l’acrobata sporgendosi nel vuoto e restando in equilibrio sulla parte di antenna già montata. Peccato che non diedi il freno… Il risultato fu che l’antenna iniziò a ruotare, con me attaccato tipo scimmietta e il Mic a gridarmi una sequela infinita di “minchia” e di “sùca”. Feci un paio di giri di giostra fino a che salì lui sul tetto e diede il freno. Mica me lo aveva detto che esisteva un freno…

Sul funzionamento dell’apparato, meglio stendere un pietoso velo… Era in linea con la performance generale del reparto; poco sopra lo zero.

Avremmo dovuto agganciare sullo schermo l’aereo attaccante a circa dieci km di distanza; se lo prendevamo a tre andava di lusso. Ricordo che un giorno, addirittura, uscii dallo sportello chiedendo al Tenente della Sezione Comando posta nei pressi:” ma quando cacchio passa ‘sto aereo?”.

Fui letteralmente scaraventato a terra dal frastuono di un caccia F104 che passò sopra le nostre teste a poco più di 80 metri da terra…

 

  • La carriera

Ebbene si, feci pure carriera in quei dieci mesi. Il mio incarico già prevedeva la possibilità di diventare Graduato ma dovevi essere sempre ottenere una valutazione positiva sul tuo operato. Divenni quindi Caporale e, dopo poco, Caporal Maggiore per congedarmi addirittura col grado di Sergente. Come Sergente feci anche tutta la mia ultima settimana; ti facevano fare solo pochissimi giorni per non doverti pagare di più.

Come Caporal Maggiore, essendo uno dei più alti di tutta la Caserma, ebbi anche il privilegio di comandare un Picchetto d’Onore per un Generale a tre stelle che venne in visita. Era un picchetto di una dozzina di Artiglieri, i più alti e prestanti della Caserma; ci fecero fare almeno una giornata intera di prove, fino quasi a farmi perdere la voce dovendo sempre urlare i comandi. Alla fine ne venne fuori un picchetto con i fiocchi.

Quando gridai il “baionetta”, prima del “presentat’arm”, si sentì un unico “clac”, all’unisono; quando, poi, dopo il saluto, diedi il “pied’arm”, i calci dei fucili toccarono l’asfalto con un unico, scanditissimo, “trac”. E ci furono pure i complimenti del Generale!

Massicci ed incazzati!

 

Ci sarebbe ancora tanto da raccontare ma meglio chiuderla qui: farò solo una pagina aggiuntiva nella quale racconterò alcune delle situazioni Top, le più esilaranti, che mi capitarono quando…un dì andai soldato.occhiolino

 

 


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Quel salto sulla Luna, 50 anni fa…

Ci siamo; pochi giorni e si celebreranno i 50 anni (maremmalupa…quanti…) dal primo sbarco dell’uomo sulla Luna!

Luna 1969 corriere

Io parto in anticipo con lo scopo di raccontare come vissi quella notte e la curiosità, grande, di raccogliere, nello spazio dei commenti (è facile; basta cliccare su “lascia un commento” proprio sotto la data, a sinistra nella pagina) le vostre storie, da overcinquantenni, su quella notte magica.

Ero in vacanza al mare: Igea Marina, Hotel Elios, dai carissimi Rosetta e Marcello.

Mio papà che non voleva perdersi un attimo di quell’evento si era organizzato per tempo acquistando e portando con noi un piccolo televisore portatile. Luna 1969 TV portatilePiccolo…si fa per dire perché la tecnologia di allora non dava spazio a una grande miniaturizzazione; però, per i tempi, piccolo era, con le sue antenne direzionabili e sempre da sistemare: una per il primo, l’altra per il secondo canale. Già: perché avevamo il primo, il secondo e…basta. Finito!

L’obiettivo era di piazzare il televisorino in camera e da lì seguire tutta la diretta. Così fu.

Ore ed ore incollati davanti al piccolo schermo, ogni tanto orientando meglio l’antenna per migliorare il segnale, seguendo quella mitica telecronaca di Tito Stagno e Ruggero Orlando.Luna 1969 ha toccato

Un quadretto familiare che, a pensarci ora, mette nostalgia: mio papà, mia mamma, mio fratello ed io, tutti insieme a seguire, con la massima concentrazione, un po’ di timore e poi grande entusiasmo, quell’evento epico, quelle immagini rarefatte, sgranate, sfocate che ci davano però un senso di immenso e di grande.

Mai, neanche per un istante, ci sarebbe passata per la testa qualsiasi ipotesi complottista tipo quelle dei troppi pirla che intasano la vita odierna circa una finzione del tutto.

Noi guardavamo quegli astronauti saltellare su quel terreno (o si dovrebbe dire “luneno” ???) polveroso e li immaginavamo proprio lassù.

Era la semplicità dei tempi, quell’innocenza di un tempo che abbiamo irrimediabilmente perduto e non perché sono passati 50 anni… No! perché si è imbarbarito il mondo!

Tantissimi anni dopo, nel 2004, ebbi modo di conoscere Buzz Aldrin: eravamo entrambe relatori in un convegno organizzato a Parigi da HP; io per la mia azienda e lui a raccontare la sua storia.

Ci incontrammo nel backstage e ancora ricordo la grande emozione di quei minuti nei quali, in modo candido, gli chiesi cosa avesse potuto provare quel giorno. Un dialogo semplice, sincero, condito anche dal suo umorismo quando mi disse:”magari se solo mi fossi seduto diversamente nel LEM avrei potuto sbarcare io per primo”.

50 anni da quella notte; io con i miei all’Hotel Elios di Igea Marina e quei tre astronauti a fare cose incredibili, a fare la storia.

a giant leap for mankind“, “un grande passo per l’umanità“…così disse Armstrong. Questa, in realtà, è la cosa che più mi rattrista. Non i 50 anni passati, ma il fatto che questo grande passo l’umanità non l’abbia proprio fatto.

Allora avevamo persone, più o meno furbe; oggi abbiamo decine, centinaia di milioni di “webeti“, di deficienti assoluti (influencers e deficienters) dediti alla più totale superficialità e con il vuoto pneumatico nel cervello.

Sorry, Neil, l’umanità non è stata all’altezza del tuo piccolo, grande passo !

Luna 1969 jump

 


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Jurassic IT, continua…

Tempo fa, ancora nel 2016, avevo già dedicato una pagina agli albori dell’Information Technology descrivendo come la tecnologia abbia compiuto salti quantici.
https://lascrivaniaobliqua.wordpress.com/2016/02/09/jurassic-it/

Fra le tante cose “giurassiche” descritte, capaci di stupire chi oggi abituato a una ipercapacità tecnologica, ne avevo, volutamente, tralasciata una, forse tra le meno note; di certo assai pittoresca: il nastro di carta perforata

Era considerato un supporto di memoria; in assoluto il più fragile e meno affidabile proprio per la sua natura cartacea. Però esisteva, quasi a rappresentare una soluzione ultimativa, un’ultima spiaggia, quasi disperata; del tipo “dopo il nastro di carta perforata…il diluvio!”.

Posso raccontarvi la mia esperienza diretta con quel bizzarro strumento. Bisogna tornare alla fine del 1979, inizio 1980. Mi stavo per laureare, e, all’Istituto di Ingegneria Elettronica, lavoravo, per la tesi, su un minicalcolatore (si chiamavano così…) Hewlett-Packard: il modello HP 21 MX.

Jurassic Nastro Laben 70

HP 21 MX

Il computer era abbastanza avanzato, non a caso dette i natali al più famoso HP 1000: aveva, come dispositivo di memoria di massa, un disco fisso, però con un unico, tremendo, difetto: talvolta le testine lo “aravano” !!!

I sintomi erano strani stridii che sentivi provenire dall’unità; fintanto che erano sporadici, nessun problema; se si arrivava alla ripetitività potevano essere dolori.

Dolori atroci laddove il disco si fosse “arato”, col risultato di perdere tutti i dati e programmi memorizzati.

Beh…si direbbe oggi…bastava fare un backup…  Eh, si, hai voglia; quello era il problema! Quel computer lavorava solo col suo disco e basta!!! Per fare un salvataggio dovevi collegarlo ad un altro computer.

Unico soggetto, a nostra disposizione, era un LABEN 70, italico calcolatore che non ebbe seguito, ma che almeno possedeva la capacità di parlare con HP 21 MX.

Peccato che l’arcano oggetto, già allora un po’ attempato, prevedesse come suo unico strumento “memoria di massa” il nastro di carta perforata.

Venne il giorno nel quale si decise di fare il backup del 21 MX e organizzammo, col mio professore e l’assistente, col quale lavoravo, il lavoro e i turni.

nastro-perforato 2Si trattava di collegare 21 MX col LABEN 70; scaricare il contenuto del disco andando a perforare il nastro di carta perforata. Ma il contenuto del disco era tanta roba; il nastro una cosina da poco, pochissimo. Quanti metri o chilometri di nastro sarebbero serviti? Quanto tempo si sarebbe impiegato, visto che il trasferimento dati era lentissimo, proprio a causa della necessaria perforazione del nastro?

Nulla di calcolabile a priori. Una cosa era certa; bisognava presidiare costantemente l’operazione per impedire qualsiasi rottura del nastro e prepararsi a fare le “giunte”, con un po’ nastro adesivo, fra una bobina di nastro e la successiva.

Un lavoro certosino; si doveva essere certi della tenuta senza esagerare con lo spessore dello scotch. Il tutto con un presidio 24/24; da qui i turni.

Alla fine ci riuscimmo impiegando più di 30 ore. Il risultato furono due enormi sacchi della spazzatura neri colmi di nastrino di carta perforata; il nostro, disperato, backup, da conservare gelosamente.  Guai se quei due sacchi fossero stati avvistati da quelli delle pulizie…

Disperato, certo; perché se fosse accaduto qualcosa avremmo dovuto ripetere l’operazione all’inverso. Leggere il nastrino perforato; passarne il contenuto dal LABEN 70 ad HP 21 MX e scrivere il disco. Un altro cinema, dove la criticità stava nel fare in modo che nulla si strappasse mentre il nastrino veniva letto, uscendo piano, piano dai sacchi neri…

Altro che aridità tecnologica; allora la tecnologia era AVVENTURA !!!

occhiolino

 

 

 

 

 

 

 


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Freddure dal…1977

La passione per i taccuini… Oggi sistemando un armadio in soffitta ne è saltato fuori uno che avevo iniziato nel lontano 1977. Frequentavo l’Università e, ricordo ancora, lo iniziai in una settimana di Febbraio in cui ero a casa con l’influenza.

Radio LibereErano gli anni del boom delle prime radio private e, in particolare, io ascoltavo quasi sempre Radio Punto Nord, un’emittente di Brescia nella quale lavorava gente poi divenuta famosa nel mondo delle radio.

Fra le varie rubriche ce n’era una nella quale venivano lanciate una serie di freddure micidiali che iniziai a trascrivere sul mio taccuino. Oggi sono in grado di riproporle…faranno ridere? mah… faranno cagare?  Chissà…   😉   😉Risate

  • Mamma nazista, tu, di pura razza ariana; da oggi per il tuo bambino c’è l’acqua minerale “Kandeggini“. Lo disseta ma, sopratutto, lo mantiene bianco !
  • Spira e Ammira“: l’unica bara trasparente che ti permette di morire e vedere cosa ti succede attorno… “Spira e Ammira“: la bara per il defunto curioso…
  • Basta con le creme al cioccolato molli da spalmare sul pane… Da oggi c’è Putrella, la prima cioccolata dura come il ferro…
  • COYOTA, l’unica automobile che, quando la metti in moto, fa:” auuuuuuuhhhhhh, aaauuuuuuuhhhhhh”…
  • La birra più venduta a Cuba è la Birra Peroni Castro Azzurro; l’unica birra che si apre strappando l’apposita…barbetta !
  • Quando la voce per un leader africano è importante…”Ghanagola“!   “Ghanagola“, la caramella per i leader africani !
  • Un gruppo di cattolici groenlandesi ha fondato un gruppo giovanile: Comunione e l’Ibernazione
  • E’ in edicola La Svampa, il primo quotidiano dei cabarettisti milanesi…
  • Al tuo peggior nemico puoi solo offrire un unico tipo di amaro: l’amaro Ammazzotti !
  • Brioschewega“…il televisore che ti mangi con lo sguardo…
  • Torturatori, sadici, violenti, oggi anche per voi c’è il motorino giusto…  Aguzzino 50, il motorino delle carogne che si sentono giovani…Risate 3
  • Byashica…la macchina fotografica per chi mastica chewing-gum!

e per finire…

  • potete anche appendervi dei quadretti in bocca con Chiodosan !!!

Vediamo… Se le freddure vi fossero piaciute e ci fosse (dubito…) richiesta di ulteriori ho anche una serie di piccoli quiz e aneddoti…

Risate 2


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Mario Marenco, grazie !


marenco 2Se ne è andato Mario Marenco e non riesco a trattenermi dal dedicargli, nel mio piccolo, due righe. L’incredibile e surreale architetto comico fa parte dei miei ricordi di ragazzo accanito e fedelissimo ascoltatore di “Alto Gradimento“, trasmissione radiofonica ineguagliata ed ineguagliabile che vedeva in lui una delle colonne portanti.marenco 3

Quante risate mi ha regalato; quanta ilarità era capace di creare in quelle sue macchiette strepitose dove, grazie alla sua abilità e alla magia della radio, chi ascoltava aveva il privilegio di inventarsi le sue immagini.

Nei vari coccodrilli odierni si ricorda il suo Riccardino di “Indietro tutta“; è televisione…altra roba… nulla ha a che spartire con la statura dei personaggi da lui creati in “Alto Gradimento“; e qui li voglio ricordare, per rinfrescare la memoria a chi c’era e magari raccontarli a chi non c’era.

C’era il Colonnello Buttiglione, poi ripreso da improbabili film di bassa caratura; ma, soprattutto, il Professor Aristogitone…”quarant’anni di insegnamento, quarant’anni di duro lavoro, in mezzo a queste quattro mura scolastiche!“.

Non posso non citare la Sgarambona, personaggio che ebbe anche problemi con la ferrea censura di allora. Una peripatetica dalla voce profonda e gutturale che irretiva i suoi corteggiatori con frasi tipo:”Ciao. Sono la tua Sgarambona…perché mi porti in quel boschetto a “gonfiare” tutti quei “palloncini” ?“. La Sgarambona, una sorta di improbabile ed ingenuo mignottone dalla voce roca.marenco

E poi il mitico Comandante Raymundo Navarro, il primo astronauta spagnolo, lanciato nello spazio sulla navicella “Paloma Segunda” e ivi dimenticato da quei “cabrones y cornudos” del centro controllo. Vita d’inferno la sua, visto che l’orbita era particolare in quanto…quadrata e, quattro volte al giorno, il povero comandante, con la sua navicella perduta, passava da uno spigolo; passaggio che era commentato da un gran rumore di ferraglia e roba che sbatteva dappertutto, con lui ad urlare:” cabrones y cornudos, jo estoy en esta orbida quadrada! Cabrones! Respuende si me sente ! Aqui Comandante Raymundo Navarro, navicela Paloma Segunda…respuende, respuende…cabrones !“.

Ieri se ne è andato pure lui… ma sono sicuro che dove si sarà presentato avrà intonato quella sua fantastica cantilena nonsense fatta di “uto, ato, ito, eto…

Grazie Mario Marenco per le risate e il divertimento che hai saputo regalarci.marenco 4

 


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Al Salone di Ginevra…50 anni fa

Era il 12 Marzo 1969; sono passati 50 anni, ma il mito resta ancora vivo!
La Porsche presentò al Salone di Ginevra, quella che per il motorismo può essere definita l’arma definitiva per il successo: la Porsche 917.1969 12 Marzo

Un’autentico prodigio di meccanica che provo a spiegare anche per i non avvezzi alla passione motoristica.

Cominciamo dal telaio: immaginate una macchina capace di velocità di punta di 370 km/h sorretta da un telaio tubolare leggerissimo; solo 42 kg! 917-frame

Leggerissimo ma sicuro, perché pensato in modo tale da poterne controllare la propria integrità semplicemente soffiandoci dentro aria compressa. Nessuna perdita equivaleva a struttura integra, nella sua incredibile leggerezza.

Il motore: una belva a 12 cilindri (prima 4500 cc e poi cresciuta a 5000 cc) ma boxer, ovvero contrapposti come da tradizione Porsche. Ma soprattutto raffreddato ad aria, potendo quindi fare a meno di tutto il necessario (radiatori, pompe, tubazioni) per il tipico raffreddamento ad acqua. A raffreddare il teutonico motorone ci pensava un’immensa ventola posta all’interno delle bancate dei cilindri: la potete identificare nella foto. Una sventola di ventola!1969 motore

E poi una carrozzeria pure leggerissima, tutta in fibra di vetro, per contribuire ad una efficienza aerodinamica che ci volle, invero, non poco a sistemare.

La macchina era talmente leggera e potente che risultava indomabile e, letteralmente, terrorizzava i piloti. In piena velocità il muso tendeva ad alzarsi e…tenerla in strada non era cosa da poco.

Ma, prove dopo prove, anche l’aerodinamica venne sistemata anche se in modo quasi rocambolesco se non romantico.

Era ormai il mese di Settembre 1969 e il team Porsche era a Zeltweg per dei collaudi. Il pilota (mi pare fosse Brian Redman) continuava ad entrare ed uscire dai box lamentando una tenuta di strada prossima al suicidio.

A un certo punto un ingegnere della Porsche, coadiuvato dal fantastico meccanico Ermanno Cuoghi, fece ritagliare un pezzo di lamiera e lo fece inchiodare, con una rivettatrice, sulla coda della macchina per creare uno spoiler molto grezzo.

Il pilota uscì e girò, girò, girò, sempre più forte, inanellando tempi sempre migliori. Alla fine rientrò ai box e disse:”adesso è davvero una macchina da corsa!“.

E non ce ne fu per nessuno, dominando le gare del 1970 e quelle del 1971. Si dovette cambiare il regolamento per tarparle le ali.

Ma il mito resta! Buon Compleanno Porsche 917 !!!1969 Aprile


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Nu

Il titolo è esatto; non pensatemi già ebbro da anticipati baccanali di fine anno.

nu 1Nu“, lettera dell’alfabeto greco; l’equivalente della “n”. Lo spunto per questa pagina mi è venuto dalla classica inflazione di notizie sul problema dei botti di Capodanno. Ma non parlerò di botti; tanto meno dedicherò una sola riga ai celebro latitanti che li comprano e ne fanno uso.nu 3

Nu” in realtà è un lui. Una figura, quasi dimenticata, incrociato per un attimo; era un iscritto al mio stesso corso al primo anno di Ingegneria a Pavia, Anno accademico 1974-1975.

Non ne ricordo il nome, quello vero; solo la provenienza e le sembianze. Un piacentino formato armadio a due ante con una capoccia di dimensioni rilevanti, non quanto acume ma come circonferenza. 😉

Era uno di quelli che arrivavano al primo anno di Ingegneria dagli Istituti Tecnici e, allora, la dicotomia fra chi arrivava dal Liceo o dagli Istituti era forte e tangibile; di certo per il divario mostrato in Disegno Industriale, dove noi, poveri ex liceali, eravamo brutalizzati. Ma poi ci pensava l’Analisi I a livellare il tutto.   😀

L’armadio piacentino non passava inosservato durante le lezioni; non solo occupava lo spazio di due ma aveva anche l’incauto vezzo di intervenire con una certa goffaggine.

Fu così che durante una lezione di Analisi Matematica I, in un grande emiciclo, il professore, al momento di spiegare un astruso teorema se ne uscì con questa battuta: “e per indicare la nostra variabile, stavolta, non prendiamo la solita lettera alfa o delta o gamma…  Prendiamone una diversa…”nu

Il momento di attesa fu subito interrotto dalla voce del tipo che sbottò con un secco:”Nu! Chiamiamola Nu!”.

Il professore lo guardò in modo beffardo. “Nu? – rispose – Ma dai… Non capita mai; ma si; chiamiamola Nu!”.nu 1 Il tutto condito da un ghignetto sarcastico (sembrava infatti un simpaticone ma poi, quando arrivarono gli esami, capimmo quale razza di stronzo fosse), accompagnato dalla risata di tutti noi presenti. L’unico serio rimase lui che, però, a quel punto, aveva un nome: Nu!

Nu! una lettera tanto breve quanto grande e grosso lui; una contraddizione in termini.

Cosa c’entra Nu con i botti? Adesso ci arriviamo.

Lezione di Chimica. Il professore (di una cattiveria e stronzaggine rara) stava spiegando i cambiamenti di stato.  Fra questi parlò della Sublimazione, ovvero del passaggio di un composto dallo stato solido allo stato gassoso, direttamente, senza transitare dallo stato liquido. Mentre parlava, sottolineò come questo fosse una delle situazioni più difficili da riscontrarsi in natura.

Ma…la sua spiegazione venne interrotta. Nu, alzando la mano, interruppe il professore (e il prof. Cola era soggetto da non interrompere…mai!) sostenendo il contrario, ovvero che ci fossero esempi eclatanti di Sublimazione.

Il professore, sfoderando un sorrisetto di circostanza foriero di successivo massacro, lo invitò ad argomentare.

Nu, non comprendendo il guaio nel quale si era cacciato, partì a razzo dicendo:”Gli esplosivi! Gli esplosivi sublimano!”. Il prof, i cui canini si preparano a sbranare, chiese di articolare il ragionamento.

Nu, ormai condannato, proseguì:”Prendiamo, ad esempio, dei candelotti di dinamite. Sono allo stato solido. Li facciamo scoppiare e non ci sono più; sono passati allo stato gassoso, generando peraltro anche uno spostamento d’aria.”nu 4

Fatto, morto, kaputt… Il professore lo squadrò per quanto Nu fosse grande e grosso e, indicandogli la porta, lo cacciò dalla lezione. Qualche timida risatina a contorno del siparietto venne subito soffocata da un’occhiataccia del prof. pronto a mietere altre vittime.

Povero Nu. Una carriera da futuro ingegnere saltata per aria a causa della dinamite! Non fu proprio così; il ricordo di Nu si perde dietro ai suoi primi fiaschi totali con l’esame di Analisi Matematica I, dove, oltre citare bizzarre lettere greche, non andò mai. Si dice che, arrivato al settimo fallimento consecutivo a quell’esame, abbandonò il corso. Di lui si persero le tracce che restano, però, nella mia memoria ogni volta che si parla di botti.

Bravo Nu; ti sei pure meritato una pagina de “La scrivania obliqua”.

occhiolino


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Lo Sceriffo della Valle d’Argento

Ricordarsi del personaggio citato nel titolo è implicita ammissione di età o, per ritrovare uno slancio di gioventù, di essere stati ragazzini verso la fine degli Anni ’60; sorvolo, pietosamente, sul computo matematico degli anni da allora ad oggi…   😉

Erano gli anni di Carosello e i Supereroi della Marvel erano sconosciuti ai più; ci si accontentava di quanto passava il convento.

C’erano personaggi dal profilo molto avventuroso e una certa qual dote di sex appeal: Mister X della Dixan, sorta di novello Diabolik del detersivo, atletico e Jaguar-munito; oppure Gringo, il pistolero della carne Montana, con il perfido Black Jack sempre preso a calci in culo e la pupa Dolly a cadergli, svenevole, ogni volta tra le braccia.

 

Mister X e Gringo giocavano in Serie A ma c’era anche qualche personaggio che si arrabattava in Serie B; tra questi il mio eroe caroselliano: lo Sceriffo della Valle d’Argento.

 

sceriffo stella negroniChiaramente ero un poco di parte, visto che il valoroso e modesto difensore della legge era il testimonial della Negroni. La parentela, il fatto, sopratutto, che fosse l’azienda dove lavorava mio padre, non ultimo l’abitare proprio nelle adiacenze di uno dei salumifici, sono stati fattori di influenza niente male.

Di conseguenza ero anche dotato del kit da “fan” del personaggio:sceriffo della-Valle-dargento la stella da sceriffo, in bachelite, e il disco a 33 giri che raccontava tutta la storia…nel caso a qualcuno non bastassero i Caroselli…

Per chi non se lo ricorda, eccovi servita, di seguito, la riproduzione del jingle e l’elettrizzante storia dell’avventuroso paladino della legge della Valle d’Argento.

La musichetta non era poi così malaccio: il clou però era il jingle de “le stelle sono tante, milioni di milioni, la stella di Negroni vuol dire qualità“. 😀

Al proposito, mi sono sempre domandato se il bravo Francesco De Gregori non l’abbia presa come spunto ne “Non c’è niente da capire”…  mah, fusse che fusse…  😉

Torniamo però a questo supereroe del salame e della mortadella provando a farne una disamina critica a oltre 50 anni di distanza. Penso sia giunto il momento di farne una retrospettiva; d’altronde siamo o non siamo in un paese fondato sulla dietrologia?

Per aiutarvi a seguire la mia analisi penso sia giunto il momento di rinfrescarvi la memoria con un paio delle “tumultuose” avventure del nostro.

Ecco quindi, alla bisogna, un paio di filmati di Carosello :

 

Accidenti…siete rimasti senza fiato? Come avete visto non si fa mai male nessuno: un difensore della legge dal profilo basso ma attento a non spargere nemmeno una stilla di sangue; nemmeno quello dei cattivi.

Veniamo all’analisi critica: i punti chiave sono i seguenti:

  1. Assenza dell’eterno femminino. La classica bonazza di turno latita né tanto meno vengono addotte testimonianze di successi mietuti dallo Sceriffo con l’altro sesso. Di sicuro l’allampanato look e l’abbigliamento non gli forniscono grande appeal. In compenso è rimarchevole la costante presenza del Vicesceriffo, soggetto goffo e ridicolo, dalla parlata non sopraffina e dalla dentatura improbabile. Cosa abbia spinto lo Sceriffo a dotarsi di cotanto scalcinato aiutante è domanda aperta: pietà? amore del brutto? parentela? Supposizioni tante ma nessuna risposta certa!
  2. Senso di insicurezza: ogni baruffa o sparatoria finisce sempre con una doppia manifestazione di non celata insicurezza. Da un lato il Vice a dire:”Sceriffo…anche questa volta è andata bene!“…una frase che chiaramente evidenzia una profonda incertezza circa il risultato dello scontro, nonché il compiacimento per una vittoria e per la salvezza, non data per scontata… Altro che Gringo o Mister X, sicuri della vittoria al 100% !!! Ma questa incertezza è pure avvallata dallo Sceriffo stesso, quando chiude sempre con:”...ringraziamo la nostra buona stella!“. Ma come? una chiara ammissione che si sia avuta una botta di culo e che solo e soltanto il magico stellone della buona sorte li possa togliere, ogni volta, dai pasticci. Alla faccia del supereroe…  😉

 

Ma alla fine continuiamo a volergli bene lo stesso! Se non altro lo Sceriffo al galoppo nella Valle d’Argento è il ricordo di un tempo passato, di quel tempo nel quale le strade della vita erano aperte, più o meno, in ogni direzione davanti a noi.

Non solo, era anche un simbolo, con la sua quasi normalità, della beata ingenuità che permeava quei tempi belli. Fate vedere un episodio dello Sceriffo della Valle d’Argento a un bambino o ragazzino di oggi e, come minimo, vi rutta in faccia…o giù di lì.  😦

E allora…sempre Viva lo Sceriffo della Valle d’Argentosceriffo 1 che cavalca a cuor contento…perché quel cuor contento era, un poco, anche il nostro.

 

 


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Il primo Motosalone non si scorda mai…

In questi giorni si sta svolgendo a Milano EICMA, l’Esposizione Internazionale del Ciclo, Motociclo e Accessori: quello che gli over59 come me, intrippati di moto e motori, hanno sempre chiamato il Motosalone.

Una kermesse incredibile che raccoglie sempre torme di visitatori, alla faccia della completa disponibilità su Internet di tutto quanto viene presentato. Sarà l’atmosfera che vi si respira, il contatto fisico con le moto esposte, la possibilità (in alcuni casi) di poterci pure salire sopra; non ultimo, lo spettacolo incredibile di splendide fanciulle a contorno dei vari stand.

Lo confesso: non ci sono andato e da qualche anno latito. La ressa, l’assembramento mi blocca e non mi piace: preferisco quindi farmi un tour virtuale attraverso Internet.

Ma ad ogni edizione non posso non ricordare il mio primo Motosalone, quello che non si scorda mai… Era il Novembre del 1969; avrei compiuto 14 anni il mese successivo: in realtà avevo la fortuna di possedere già il mio primo motorino, un Ciao Special, arancione.

Andai assieme a mio cugino Piero, più grande di me, che iniziava già a fare qualche gara di Regolarità, quella che adesso si chiama Enduro.

Milano ci accolse con una di quelle giornate grigie dove non capivi dove finisse la nebbia e iniziasse lo smog: quelle cappe dense e scure che avevano ingrigito tutto il Duomo e l’intera città. Ma tanto non eravamo lì per fare del turismo.

La meta era una sola: Amendola Fiera e  da lì l’ingresso al Salone per starci ore ed ore fino a pomeriggio inoltrato.

Ricordo ancora l’impressione degli stand e quanto mi colpì, da subito, quello della Moto Guzzi, enorme e posto subito all’ingresso del primo padiglione. Già, perché allora l’Italia era ancora terra di costruttori e le moto italiane tra le migliori, o, forse, le migliori…anche se politica e sindacati stavano già mandando tutto a schifio… (possiamo dire che ci sono pienamente riusciti).

Presentavano il Ghez, un prototipo di 50 cc con tanto di motore bicilindrico. Mi lasciò incantato (non venne però mai messo in produzione e rimase un prototipo come lo vidi allora).EICMA Guzzi Ghez

Poi la Moto Morini Regolarità 125 a 5 marce: che spettacolo !EICMA 69 4

Mi affascinarono anche gli stand dei caschi: ricordo, in particolare, quello della AGV. Si cominciavano a vedere i primi caschi integrali, per allora una assoluta novità che si guardava con diffidenza. Chi correva indossava ancora i cosiddetti caschi a scodella e gli occhialoni: il casco integrale sembrava roba da marziani…  😉

Altro rito irrinunciabile era la raccolta di gadget, adesivi, depliant, poster, di tutto e di più. Uscimmo, nel tardo pomeriggio, con una quantità imbarazzante di materiale, il novanta per cento del quale inutile ma non importava: faceva parte della liturgia.

Di anni ne sono passati un botto da quel lontano 1969: non serve fare il conto… però ad ogni edizione di EICMA torna sempre alla mente quella fantastica, grigia, giornata.

Il primo Motosalone non si scorderà mai !