La Scrivania Obliqua

Note e osservazioni semiserie dal mondo d'oggi


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Nu

Il titolo è esatto; non pensatemi già ebbro da anticipati baccanali di fine anno.

nu 1Nu“, lettera dell’alfabeto greco; l’equivalente della “n”. Lo spunto per questa pagina mi è venuto dalla classica inflazione di notizie sul problema dei botti di Capodanno. Ma non parlerò di botti; tanto meno dedicherò una sola riga ai celebro latitanti che li comprano e ne fanno uso.nu 3

Nu” in realtà è un lui. Una figura, quasi dimenticata, incrociato per un attimo; era un iscritto al mio stesso corso al primo anno di Ingegneria a Pavia, Anno accademico 1974-1975.

Non ne ricordo il nome, quello vero; solo la provenienza e le sembianze. Un piacentino formato armadio a due ante con una capoccia di dimensioni rilevanti, non quanto acume ma come circonferenza. 😉

Era uno di quelli che arrivavano al primo anno di Ingegneria dagli Istituti Tecnici e, allora, la dicotomia fra chi arrivava dal Liceo o dagli Istituti era forte e tangibile; di certo per il divario mostrato in Disegno Industriale, dove noi, poveri ex liceali, eravamo brutalizzati. Ma poi ci pensava l’Analisi I a livellare il tutto.   😀

L’armadio piacentino non passava inosservato durante le lezioni; non solo occupava lo spazio di due ma aveva anche l’incauto vezzo di intervenire con una certa goffaggine.

Fu così che durante una lezione di Analisi Matematica I, in un grande emiciclo, il professore, al momento di spiegare un astruso teorema se ne uscì con questa battuta: “e per indicare la nostra variabile, stavolta, non prendiamo la solita lettera alfa o delta o gamma…  Prendiamone una diversa…”nu

Il momento di attesa fu subito interrotto dalla voce del tipo che sbottò con un secco:”Nu! Chiamiamola Nu!”.

Il professore lo guardò in modo beffardo. “Nu? – rispose – Ma dai… Non capita mai; ma si; chiamiamola Nu!”.nu 1 Il tutto condito da un ghignetto sarcastico (sembrava infatti un simpaticone ma poi, quando arrivarono gli esami, capimmo quale razza di stronzo fosse), accompagnato dalla risata di tutti noi presenti. L’unico serio rimase lui che, però, a quel punto, aveva un nome: Nu!

Nu! una lettera tanto breve quanto grande e grosso lui; una contraddizione in termini.

Cosa c’entra Nu con i botti? Adesso ci arriviamo.

Lezione di Chimica. Il professore (di una cattiveria e stronzaggine rara) stava spiegando i cambiamenti di stato.  Fra questi parlò della Sublimazione, ovvero del passaggio di un composto dallo stato solido allo stato gassoso, direttamente, senza transitare dallo stato liquido. Mentre parlava, sottolineò come questo fosse una delle situazioni più difficili da riscontrarsi in natura.

Ma…la sua spiegazione venne interrotta. Nu, alzando la mano, interruppe il professore (e il prof. Cola era soggetto da non interrompere…mai!) sostenendo il contrario, ovvero che ci fossero esempi eclatanti di Sublimazione.

Il professore, sfoderando un sorrisetto di circostanza foriero di successivo massacro, lo invitò ad argomentare.

Nu, non comprendendo il guaio nel quale si era cacciato, partì a razzo dicendo:”Gli esplosivi! Gli esplosivi sublimano!”. Il prof, i cui canini si preparano a sbranare, chiese di articolare il ragionamento.

Nu, ormai condannato, proseguì:”Prendiamo, ad esempio, dei candelotti di dinamite. Sono allo stato solido. Li facciamo scoppiare e non ci sono più; sono passati allo stato gassoso, generando peraltro anche uno spostamento d’aria.”nu 4

Fatto, morto, kaputt… Il professore lo squadrò per quanto Nu fosse grande e grosso e, indicandogli la porta, lo cacciò dalla lezione. Qualche timida risatina a contorno del siparietto venne subito soffocata da un’occhiataccia del prof. pronto a mietere altre vittime.

Povero Nu. Una carriera da futuro ingegnere saltata per aria a causa della dinamite! Non fu proprio così; il ricordo di Nu si perde dietro ai suoi primi fiaschi totali con l’esame di Analisi Matematica I, dove, oltre citare bizzarre lettere greche, non andò mai. Si dice che, arrivato al settimo fallimento consecutivo a quell’esame, abbandonò il corso. Di lui si persero le tracce che restano, però, nella mia memoria ogni volta che si parla di botti.

Bravo Nu; ti sei pure meritato una pagina de “La scrivania obliqua”.

occhiolino

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Lo Sceriffo della Valle d’Argento

Ricordarsi del personaggio citato nel titolo è implicita ammissione di età o, per ritrovare uno slancio di gioventù, di essere stati ragazzini verso la fine degli Anni ’60; sorvolo, pietosamente, sul computo matematico degli anni da allora ad oggi…   😉

Erano gli anni di Carosello e i Supereroi della Marvel erano sconosciuti ai più; ci si accontentava di quanto passava il convento.

C’erano personaggi dal profilo molto avventuroso e una certa qual dote di sex appeal: Mister X della Dixan, sorta di novello Diabolik del detersivo, atletico e Jaguar-munito; oppure Gringo, il pistolero della carne Montana, con il perfido Black Jack sempre preso a calci in culo e la pupa Dolly a cadergli, svenevole, ogni volta tra le braccia.

 

Mister X e Gringo giocavano in Serie A ma c’era anche qualche personaggio che si arrabattava in Serie B; tra questi il mio eroe caroselliano: lo Sceriffo della Valle d’Argento.

 

sceriffo stella negroniChiaramente ero un poco di parte, visto che il valoroso e modesto difensore della legge era il testimonial della Negroni. La parentela, il fatto, sopratutto, che fosse l’azienda dove lavorava mio padre, non ultimo l’abitare proprio nelle adiacenze di uno dei salumifici, sono stati fattori di influenza niente male.

Di conseguenza ero anche dotato del kit da “fan” del personaggio:sceriffo della-Valle-dargento la stella da sceriffo, in bachelite, e il disco a 33 giri che raccontava tutta la storia…nel caso a qualcuno non bastassero i Caroselli…

Per chi non se lo ricorda, eccovi servita, di seguito, la riproduzione del jingle e l’elettrizzante storia dell’avventuroso paladino della legge della Valle d’Argento.

La musichetta non era poi così malaccio: il clou però era il jingle de “le stelle sono tante, milioni di milioni, la stella di Negroni vuol dire qualità“. 😀

Al proposito, mi sono sempre domandato se il bravo Francesco De Gregori non l’abbia presa come spunto ne “Non c’è niente da capire”…  mah, fusse che fusse…  😉

Torniamo però a questo supereroe del salame e della mortadella provando a farne una disamina critica a oltre 50 anni di distanza. Penso sia giunto il momento di farne una retrospettiva; d’altronde siamo o non siamo in un paese fondato sulla dietrologia?

Per aiutarvi a seguire la mia analisi penso sia giunto il momento di rinfrescarvi la memoria con un paio delle “tumultuose” avventure del nostro.

Ecco quindi, alla bisogna, un paio di filmati di Carosello :

 

Accidenti…siete rimasti senza fiato? Come avete visto non si fa mai male nessuno: un difensore della legge dal profilo basso ma attento a non spargere nemmeno una stilla di sangue; nemmeno quello dei cattivi.

Veniamo all’analisi critica: i punti chiave sono i seguenti:

  1. Assenza dell’eterno femminino. La classica bonazza di turno latita né tanto meno vengono addotte testimonianze di successi mietuti dallo Sceriffo con l’altro sesso. Di sicuro l’allampanato look e l’abbigliamento non gli forniscono grande appeal. In compenso è rimarchevole la costante presenza del Vicesceriffo, soggetto goffo e ridicolo, dalla parlata non sopraffina e dalla dentatura improbabile. Cosa abbia spinto lo Sceriffo a dotarsi di cotanto scalcinato aiutante è domanda aperta: pietà? amore del brutto? parentela? Supposizioni tante ma nessuna risposta certa!
  2. Senso di insicurezza: ogni baruffa o sparatoria finisce sempre con una doppia manifestazione di non celata insicurezza. Da un lato il Vice a dire:”Sceriffo…anche questa volta è andata bene!“…una frase che chiaramente evidenzia una profonda incertezza circa il risultato dello scontro, nonché il compiacimento per una vittoria e per la salvezza, non data per scontata… Altro che Gringo o Mister X, sicuri della vittoria al 100% !!! Ma questa incertezza è pure avvallata dallo Sceriffo stesso, quando chiude sempre con:”...ringraziamo la nostra buona stella!“. Ma come? una chiara ammissione che si sia avuta una botta di culo e che solo e soltanto il magico stellone della buona sorte li possa togliere, ogni volta, dai pasticci. Alla faccia del supereroe…  😉

 

Ma alla fine continuiamo a volergli bene lo stesso! Se non altro lo Sceriffo al galoppo nella Valle d’Argento è il ricordo di un tempo passato, di quel tempo nel quale le strade della vita erano aperte, più o meno, in ogni direzione davanti a noi.

Non solo, era anche un simbolo, con la sua quasi normalità, della beata ingenuità che permeava quei tempi belli. Fate vedere un episodio dello Sceriffo della Valle d’Argento a un bambino o ragazzino di oggi e, come minimo, vi rutta in faccia…o giù di lì.  😦

E allora…sempre Viva lo Sceriffo della Valle d’Argentosceriffo 1 che cavalca a cuor contento…perché quel cuor contento era, un poco, anche il nostro.

 

 


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Il primo Motosalone non si scorda mai…

In questi giorni si sta svolgendo a Milano EICMA, l’Esposizione Internazionale del Ciclo, Motociclo e Accessori: quello che gli over59 come me, intrippati di moto e motori, hanno sempre chiamato il Motosalone.

Una kermesse incredibile che raccoglie sempre torme di visitatori, alla faccia della completa disponibilità su Internet di tutto quanto viene presentato. Sarà l’atmosfera che vi si respira, il contatto fisico con le moto esposte, la possibilità (in alcuni casi) di poterci pure salire sopra; non ultimo, lo spettacolo incredibile di splendide fanciulle a contorno dei vari stand.

Lo confesso: non ci sono andato e da qualche anno latito. La ressa, l’assembramento mi blocca e non mi piace: preferisco quindi farmi un tour virtuale attraverso Internet.

Ma ad ogni edizione non posso non ricordare il mio primo Motosalone, quello che non si scorda mai… Era il Novembre del 1969; avrei compiuto 14 anni il mese successivo: in realtà avevo la fortuna di possedere già il mio primo motorino, un Ciao Special, arancione.

Andai assieme a mio cugino Piero, più grande di me, che iniziava già a fare qualche gara di Regolarità, quella che adesso si chiama Enduro.

Milano ci accolse con una di quelle giornate grigie dove non capivi dove finisse la nebbia e iniziasse lo smog: quelle cappe dense e scure che avevano ingrigito tutto il Duomo e l’intera città. Ma tanto non eravamo lì per fare del turismo.

La meta era una sola: Amendola Fiera e  da lì l’ingresso al Salone per starci ore ed ore fino a pomeriggio inoltrato.

Ricordo ancora l’impressione degli stand e quanto mi colpì, da subito, quello della Moto Guzzi, enorme e posto subito all’ingresso del primo padiglione. Già, perché allora l’Italia era ancora terra di costruttori e le moto italiane tra le migliori, o, forse, le migliori…anche se politica e sindacati stavano già mandando tutto a schifio… (possiamo dire che ci sono pienamente riusciti).

Presentavano il Ghez, un prototipo di 50 cc con tanto di motore bicilindrico. Mi lasciò incantato (non venne però mai messo in produzione e rimase un prototipo come lo vidi allora).EICMA Guzzi Ghez

Poi la Moto Morini Regolarità 125 a 5 marce: che spettacolo !EICMA 69 4

Mi affascinarono anche gli stand dei caschi: ricordo, in particolare, quello della AGV. Si cominciavano a vedere i primi caschi integrali, per allora una assoluta novità che si guardava con diffidenza. Chi correva indossava ancora i cosiddetti caschi a scodella e gli occhialoni: il casco integrale sembrava roba da marziani…  😉

Altro rito irrinunciabile era la raccolta di gadget, adesivi, depliant, poster, di tutto e di più. Uscimmo, nel tardo pomeriggio, con una quantità imbarazzante di materiale, il novanta per cento del quale inutile ma non importava: faceva parte della liturgia.

Di anni ne sono passati un botto da quel lontano 1969: non serve fare il conto… però ad ogni edizione di EICMA torna sempre alla mente quella fantastica, grigia, giornata.

Il primo Motosalone non si scorderà mai !

 


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Meine blonde, meine liebe Lorelei…

Se ne è andato Paolo Villaggio… Kranz Fantozzi

Nel mio piccolo, mi piace ricordarlo per un autentico capolavoro che ho avuto il privilegio di vedere in televisione nel lontano 1974: lo ricordo ancora nitidamente. Purtroppo Internet non mi è stata d’aiuto alcuno nel riuscire a ritrovare traccia di quella sua performance (una puntata di Milleluci del 1974); provo a raccontarvela.

Kranz_villaggioFu un’esibizione nella quale Villaggio era calato nei panni di Kranz, l’incredibile prestigiatore, pasticcione, tedesco che non ne azzeccava una: Kranz, con i suoi fidi cammellini di peluche. Ma questa volta lo sconclusionato prestigiatore Villaggio/Kranz ci raccontò la genesi del nazismo.

Ricordo che nei giorni successivi il mio professore di Filosofia al Liceo, l’indimenticabile Frank Micolo, chiese, in classe, chi avesse visto quella scenetta di Villaggio. Le sue parole furono inequivocabili:”se avete avuto modo di vedere quello sketch, sappiate che avete assistito a un autentico capolavoro di grande satira”. Aveva ragione!

Il Kranz che entra in una birreria proponendo i suoi giochini scombinati e che, allietato dalle libagioni e dal continuo cantare di “meine blonde, meine liebe Lorelei“, si ritrova a proporne di nuovi, trovando, improvvisamente, interesse e consenso.

“Adesso noi si fa un gioco che tutti quelli biondi stanno da una parte e tutti gli altri da un’altra…” e via di questo passo per arrivare poi a proporre l’idea di fare birrerie apposite per certa gente…di farle molto, molto lontano…ecc, ecc… e sempre cantando “meine blonde, meine liebe Lorelei”, lanciare l’idea di fare un gruppo, anzi no, un partito per ritrovarsi a pensare nuovi giochi sempre più “divertenti”…

Kranz nazismoAll’improvviso non era più il Kranz con la marsina e il cappello a cilindro ma un tipo bieco, avvolto da un impermeabile e con dei baffetti bizzarri… Questa foto è l’unica testimonianza che sono riuscito a trovare.

Il mio ricordo è soprattutto di quello sketch, per la sua intelligenza, per la sua profondità, per il suo acume…

Grazie per Fantozzi, per Fracchia, ma, soprattutto, per Kranz, che si precipita giù dalle scale al grido di “ki fiene foi adesso? fiene io, fiene Kranz!“. Resterà sempre impresso nella mia mente. Grazie !!!Kranz

 

 


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Notiziario della Valtrompio…

Era il 1973 e sulla RAI andò in onda una trasmissione che per tanti miei coetanei ha segnato una tappa fondamentale della comicità in TV: “Il poeta e il contadino“, con due giovanissimi Cochi e Renato.
Una delle gag migliori era quella del contadino della Valtrompio… surreale e divertentissima, soprattutto quando alla radio del protagonista veniva trasmesso l’imperdibile Notiziario della Valtrompio.

Per chi non se lo ricordasse o non lo conoscesse riporto uno spezzone:

 

Oggi, un giorno di fine Marzo 2017, ho rivisto quegli esilaranti momenti quando, sulle pagine del Corriere.it, ho trovato un filmato che racconta dello scontro fra un cervo e un cane da caccia dalle parti di Ponte di Legno, Val Camonica.

Cliccate sul link sotto riportato. Aprite la pagina e andate sul video in essa contenuto.

Ascoltatelo: io sono ancora adesso piegato dal ridere.Sembra o non sembra il cronista del Notiziario della Valtrompio?

http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/17_marzo_23/cervo-passeggia-torrente-cane-attacca-lui-si-difende-72f8b788-1001-11e7-94ba-5a39820e37a4.shtml

Forse è il figlio del mitologico cronista del Notiziario della Valtrompio: la parlata è la stessa e d’altronde… “lì, son su a milletre !!!
occhiolino

 

 


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La nevicata del 1985

Si avvicina Natale e la classica iconografia pubblicitaria, oltre a sfrantumarci i “cabasisi”, ce lo spaccia sempre sotto forma di bianco Natale, con scenari completamente innevati e quasi fiabeschi.

Ma di neve a Natale non se ne vede quasi mai; talvolta nemmeno in montagna. Allora ho pensato bene di rendervi io, con questo breve racconto, l’immagine di un paesaggio con tanta, tanta…troppa neve.nevicata-85-1

Dando per scontato che il lettore tipo di queste pagine fosse allora già più che giovincello, suppongo che tanti di noi conservino ancora indelebile il ricordo della gigantesca nevicata del 1985. Io vi racconto, di seguito, la mia piccola avventura di quei giorni.

Lavoravo alla HP e, con un collega, eravamo in quel di Pomezia a seguire un progetto presso la Procter & Gamble. Fu così che un fatidico giorno, mentre eravamo intenti a far girare i programmi per la pianificazione della produzione del Dash, veniamo colti dalla notizia improvvisa: al Nord, a Milano, nevica di brutto…ma di brutto, brutto, brutto!

nevicata-85-2Logica vorrebbe che uno programmasse alla meglio come schivare il problema. Eravamo di base a Roma: dove stava il problema? Potevamo fermarci qualche giorno in più nell’attesa di una situazione meno critica nei trasporti.

Certo, i trasporti! Qualsiasi volo con destinazione al Nord era cancellato; dei treni si dicesse che qualcuno era partito arrivando però non si sapeva bene dove. Fino a Firenze?, Fino a Bologna? Chissà…di certo non fino a Milano.

Avremmo potuto tranquillamente metterci il cuore in pace; fermarci a Roma e farci delle belle scorpacciate di tonnarelli cacio e pepe. E invece no…!

Il mio collega aveva la moglie in attesa del primo figlio, anzi figlia, e la gravidanza era ormai agli sgoccioli: questione di giorni. All’idea di fermarsi per diversi giorni a Roma, in attesa di migliori condizioni, non ci stava proprio. Voleva assolutamente partire al più presto possibile.

Come? nevicata-85-fiestaL’unica nostra possibilità era la vettura a nostra disposizione, noleggiata presso la Hertz: una Ford Fiesta.

Verificata l’impossibilità di riportare il collega a più comodi consigli mi rassegno all’idea dell’avventuroso viaggio cercando però di fare alcuni preparativi. Contatto quindi la Hertz e chiedo se possono fornirci delle catene per il non si sa mai. La risposta è che di catene neanche l’ombra: sono quindi tutti cavoli nostri. Il collega, peraltro, è sempre più agitato perché sentendo al telefono la moglie aveva ravvisato, telepaticamente, chissà quali segnali di possibile anticipo della nascita. A questo punto prendo una posizione chiara: mi metto in viaggio a una sola condizione. Guido io perché lui mi sembrava veramente troppo in tilt. Il motivo? In primis questo suo presentimento; in secundis, per non far preoccupare la moglie non le aveva detto del nostro folle piano. Si era inventato che avremmo potuto prendere un treno speciale, capace, attraverso chissà quali artifici o peregrinazioni (risalire al Nord dalla dorsale tirrenica), di arrivare sicuramente a Milano in un tempo però non ben definito.

Facciamo il pieno alla Fiesta e via, si parte! Sono le 17 circa.

Fino a Firenze e poco oltre tutto bene: poi arriva il tratto appenninico e cominciamo a trovare neve ma non è ancora tanta. La Fiesta, andando piano, tiene la strada e ad andatura poco brillante risaliamo. Arriviamo all’area di servizio di Bologna Casalecchio che sono da poco passate le undici di sera. Ci fermiamo e il collega si inventa, al telefono con la moglie, che va tutto bene: col treno è arrivato a Genova e si deve capire adesso come fare l’ultimo tratto fino a Milano. Mah…

Ripartiamo e dopo Modena la faccenda si comincia a far tosta. L’autostrada è un manto compatto di neve spesso molti centimetri. Bisogna procedere pianissimo. Nevica che Dio la manda, ma a secchiate! I fari della piccola Fiesta fanno fatica a far luce perché si ricoprono di neve e quindi spesso si fa una breve sosta per pulirli. Attorno lo spettacolo è surreale. Bianco ovunque. La macchina che avanza senza far rumore: si va piano e lo strato di neve sulla strada insonorizza tutto. Lo stesso per gli altri mezzi in movimento: pochi e tutti a velocità bassissima. Guai ad accelerare troppo; peggio ancora a frenare. nevicata-85-3Sull’autostrada ogni tanto quasi ci si ferma per fare lo zig zag attorno a qualche auto o grosso camion che si sono messi di traverso. Sono tantissimi di traverso e dove si sono piazzati staranno per diverse ore. Non c’è alcun soccorso possibile. Se ti stai muovendo perché hai deciso di fare l’argonauta in quelle condizioni sono tutti cavoli tuoi.

Entriamo nella notte più fonda, muovendoci sempre più piano, ma muovendoci. Si macinano non chilometri ma decine di metri.

Reggio Emilia, Parma, lo svincolo per la Cisa, Fidenza, Fiorenzuola, Piacenza, Lodi, e infine, dopo l’ennesima breve sosta per pulire i fanali, Melegnano e la barriera.

Vittoria! No, non ancora: ancora troppo presto, però, bene o male, ci siamo e cominciamo allora a decidere il da farsi quando arrivati a Milano.

Tutti e due avevamo lasciato la nostra macchina al parcheggio di Linate. Decido, vista la tensione del collega, di lasciargli la Fiesta cedendogli il volante una volta giunti a Linate.

A quel punto lui proseguirà per Cassina de’ Pecchi per riabbracciare la moglie: io in quel periodo non solo non avevo moglie ma nemmeno una fidanzata. Mi dovevo quindi accontentare di riabbracciare la mia Fiat Ritmo bianca parcheggiata, giorni prima, su un piazzale davanti a Linate.

Passato Melegnano e inoltratici in Tangenziale lo spettacolo ci lascia attoniti: molte macchine e altrettanti camion o furgoni giacciono sul manto nevoso posizionati nelle maniere più bizzarre. La Fiesta inizia ad arrancare ma ce la facciamo.

Siamo a Linate, fermi davanti all’aeroporto e intorno abbiamo il nulla: un nulla molto ma molto bianco! Sono le 5.20 del mattino! Mi saluto col collega augurandogli in bocca al lupo per i chilometri restanti. Lo vedo gongolante per la gioia di arrivare presto a casa e sono certo che guiderà con estrema prudenza. Siamo arrivati fino a Linate da Pomezia senza far danni: non andrà di certo a farli da lì fino a Cassina de’ Pecchi.

Ma appena resto solo ed entro in aeroporto capisco che la mia avventura non si è ancora conclusa. Vado infatti alla cassa dei parcheggi e sveglio uno degli addetti per il pagamento. Gli chiedo, visto che la mia macchina è in un parcheggio scoperto, se hanno previsto la possibilità di sgomberare la neve e tirarmi fuori la macchina.

Mi guarda come se venissi da Marte e mi comunica con la classica parlata tipica dei lavativi che verrà previsto solo in mattinata lo sgombero della neve sulle corsie del parcheggio e che, dalle 7.00, ci saranno in azione degli spalatori. Ancora cavoli miei…

Vorrei mettermi a discutere ma sono troppo stanco e opto per mandarlo in cuor mio a fan… spostandomi in uno dei bar dell’aeroporto a rifocillarmi con cappuccino e cornetto.

Albeggia ormai e quando il giorno si fa chiaro, con appresso la mia valigia, entro nel parcheggio. Cammino con una certa fatica ma un po’ di neve è stata spostata. Nel parcheggio ci sono delle ruspe che liberano le corsie. Seguendo una di queste arrivo a quella che era la mia Ritmo Diesel bianca. Era, perché ora è una montagna di neve bianca: nemmeno se ne vedono le ruote.

Vedo un gruppo di spalatori e mi avvicino chiedendo la cortesia di spalarmi la neve dalla macchina. Questi mi guardano di traverso e mi fanno intendere che non se parla proprio, neanche a fronte di lauta mancia. Cavolacci tutti miei: ancora… Ma come posso fare, chiedo. Mi dicono allora che, se voglio, per diecimila lire mi possono prestare una pala.

Ed è in questo modo che io ricordo la mitica nevicata del 1985. Non tanto per aver fatto l’argonauta della neve guidando da Pomezia a Milano Linate, quanto per aver passato quasi tre ore, sudando sette camicie, per spalarmi fuori dal fottutissimo parcheggio dell’aeroporto la mia Ritmo. Meno male che allora abitavo abbastanza vicino e, riuscito finalmente a sgombrare e muovere l’auto, decisi di trasformare in acquisto quell’esoso noleggio pala al quale ero stato costretto. Mi sarebbe di certo servita per scavarmi un parcheggio arrivato a casa. E fu proprio così, riuscendo con altri colpi di pala a piazzare la macchina molto vicino a casa. Era quasi mezzogiorno ma finalmente varcavo l’uscio di casa e mettevo la parola fine alla mia avventura.

Che immane fatica la Nevicata del 1985 !    occhiolino

ah…dimenticavo, la bimba nacque un paio di settimane dopo.

 

 

 


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Un, due, tre…Challenge !

Il destino della razza umana è segnato: la tecnologia ci seppellirà avendoci prima però totalmente alienato il cervello.

I “social” sono diventati le nuove agorà dove esibirsi, mettersi in mostra, lanciare pseudo mode, diffondere bufale clamorose, istigare all’odio seriale: alienarsi insomma, dimenticando buon senso, cultura (quella vera), senso della misura e, sopratutto, storia e tradizioni.

un due tre 4.jpgAdesso una nuova moda impazzante è quella del “mannequin challenge“. Possibile che qualcuno di voi non lo conosca? Spiego: farsi ritrarre, in gruppo, in una foto o in un video mantenendo la totale immobilità in situazioni dove però si suppone ci sia azione.un-due-tre-3

Novità? A sentire quanto i media stanno dando enfasi alla cosa, si direbbe di si!

un-due-tre-1Ma, porca di quella putt… nessuno di questi gonzi che cianciano ora di “mannequin challenge” trend ha mai sentito parlare di “un, due, tre, stella!“? Ovviamente tanto meno ci hanno giocato.un-due-tre-2

 

Nulla da obiettare sulla realizzazione di queste nuove immobili coreografie, alcune anche divertenti.
Ciò su cui rifletto e che mi rattrista è il dimenticare ulteriormente un pezzo delle nostre tradizioni, della nostra cultura, in questa tendenza a uniformare tutto sotto cliché globali senza arte né parte.

Ma tant’è; storia e tradizioni non sono più di moda.

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