La Scrivania Obliqua

Note e osservazioni semiserie dal mondo d'oggi


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Il primo Motosalone non si scorda mai…

In questi giorni si sta svolgendo a Milano EICMA, l’Esposizione Internazionale del Ciclo, Motociclo e Accessori: quello che gli over59 come me, intrippati di moto e motori, hanno sempre chiamato il Motosalone.

Una kermesse incredibile che raccoglie sempre torme di visitatori, alla faccia della completa disponibilità su Internet di tutto quanto viene presentato. Sarà l’atmosfera che vi si respira, il contatto fisico con le moto esposte, la possibilità (in alcuni casi) di poterci pure salire sopra; non ultimo, lo spettacolo incredibile di splendide fanciulle a contorno dei vari stand.

Lo confesso: non ci sono andato e da qualche anno latito. La ressa, l’assembramento mi blocca e non mi piace: preferisco quindi farmi un tour virtuale attraverso Internet.

Ma ad ogni edizione non posso non ricordare il mio primo Motosalone, quello che non si scorda mai… Era il Novembre del 1969; avrei compiuto 14 anni il mese successivo: in realtà avevo la fortuna di possedere già il mio primo motorino, un Ciao Special, arancione.

Andai assieme a mio cugino Piero, più grande di me, che iniziava già a fare qualche gara di Regolarità, quella che adesso si chiama Enduro.

Milano ci accolse con una di quelle giornate grigie dove non capivi dove finisse la nebbia e iniziasse lo smog: quelle cappe dense e scure che avevano ingrigito tutto il Duomo e l’intera città. Ma tanto non eravamo lì per fare del turismo.

La meta era una sola: Amendola Fiera e  da lì l’ingresso al Salone per starci ore ed ore fino a pomeriggio inoltrato.

Ricordo ancora l’impressione degli stand e quanto mi colpì, da subito, quello della Moto Guzzi, enorme e posto subito all’ingresso del primo padiglione. Già, perché allora l’Italia era ancora terra di costruttori e le moto italiane tra le migliori, o, forse, le migliori…anche se politica e sindacati stavano già mandando tutto a schifio… (possiamo dire che ci sono pienamente riusciti).

Presentavano il Ghez, un prototipo di 50 cc con tanto di motore bicilindrico. Mi lasciò incantato (non venne però mai messo in produzione e rimase un prototipo come lo vidi allora).EICMA Guzzi Ghez

Poi la Moto Morini Regolarità 125 a 5 marce: che spettacolo !EICMA 69 4

Mi affascinarono anche gli stand dei caschi: ricordo, in particolare, quello della AGV. Si cominciavano a vedere i primi caschi integrali, per allora una assoluta novità che si guardava con diffidenza. Chi correva indossava ancora i cosiddetti caschi a scodella e gli occhialoni: il casco integrale sembrava roba da marziani…  😉

Altro rito irrinunciabile era la raccolta di gadget, adesivi, depliant, poster, di tutto e di più. Uscimmo, nel tardo pomeriggio, con una quantità imbarazzante di materiale, il novanta per cento del quale inutile ma non importava: faceva parte della liturgia.

Di anni ne sono passati un botto da quel lontano 1969: non serve fare il conto… però ad ogni edizione di EICMA torna sempre alla mente quella fantastica, grigia, giornata.

Il primo Motosalone non si scorderà mai !

 

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Meine blonde, meine liebe Lorelei…

Se ne è andato Paolo Villaggio… Kranz Fantozzi

Nel mio piccolo, mi piace ricordarlo per un autentico capolavoro che ho avuto il privilegio di vedere in televisione nel lontano 1974: lo ricordo ancora nitidamente. Purtroppo Internet non mi è stata d’aiuto alcuno nel riuscire a ritrovare traccia di quella sua performance (una puntata di Milleluci del 1974); provo a raccontarvela.

Kranz_villaggioFu un’esibizione nella quale Villaggio era calato nei panni di Kranz, l’incredibile prestigiatore, pasticcione, tedesco che non ne azzeccava una: Kranz, con i suoi fidi cammellini di peluche. Ma questa volta lo sconclusionato prestigiatore Villaggio/Kranz ci raccontò la genesi del nazismo.

Ricordo che nei giorni successivi il mio professore di Filosofia al Liceo, l’indimenticabile Frank Micolo, chiese, in classe, chi avesse visto quella scenetta di Villaggio. Le sue parole furono inequivocabili:”se avete avuto modo di vedere quello sketch, sappiate che avete assistito a un autentico capolavoro di grande satira”. Aveva ragione!

Il Kranz che entra in una birreria proponendo i suoi giochini scombinati e che, allietato dalle libagioni e dal continuo cantare di “meine blonde, meine liebe Lorelei“, si ritrova a proporne di nuovi, trovando, improvvisamente, interesse e consenso.

“Adesso noi si fa un gioco che tutti quelli biondi stanno da una parte e tutti gli altri da un’altra…” e via di questo passo per arrivare poi a proporre l’idea di fare birrerie apposite per certa gente…di farle molto, molto lontano…ecc, ecc… e sempre cantando “meine blonde, meine liebe Lorelei”, lanciare l’idea di fare un gruppo, anzi no, un partito per ritrovarsi a pensare nuovi giochi sempre più “divertenti”…

Kranz nazismoAll’improvviso non era più il Kranz con la marsina e il cappello a cilindro ma un tipo bieco, avvolto da un impermeabile e con dei baffetti bizzarri… Questa foto è l’unica testimonianza che sono riuscito a trovare.

Il mio ricordo è soprattutto di quello sketch, per la sua intelligenza, per la sua profondità, per il suo acume…

Grazie per Fantozzi, per Fracchia, ma, soprattutto, per Kranz, che si precipita giù dalle scale al grido di “ki fiene foi adesso? fiene io, fiene Kranz!“. Resterà sempre impresso nella mia mente. Grazie !!!Kranz

 

 


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Notiziario della Valtrompio…

Era il 1973 e sulla RAI andò in onda una trasmissione che per tanti miei coetanei ha segnato una tappa fondamentale della comicità in TV: “Il poeta e il contadino“, con due giovanissimi Cochi e Renato.
Una delle gag migliori era quella del contadino della Valtrompio… surreale e divertentissima, soprattutto quando alla radio del protagonista veniva trasmesso l’imperdibile Notiziario della Valtrompio.

Per chi non se lo ricordasse o non lo conoscesse riporto uno spezzone:

 

Oggi, un giorno di fine Marzo 2017, ho rivisto quegli esilaranti momenti quando, sulle pagine del Corriere.it, ho trovato un filmato che racconta dello scontro fra un cervo e un cane da caccia dalle parti di Ponte di Legno, Val Camonica.

Cliccate sul link sotto riportato. Aprite la pagina e andate sul video in essa contenuto.

Ascoltatelo: io sono ancora adesso piegato dal ridere.Sembra o non sembra il cronista del Notiziario della Valtrompio?

http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/17_marzo_23/cervo-passeggia-torrente-cane-attacca-lui-si-difende-72f8b788-1001-11e7-94ba-5a39820e37a4.shtml

Forse è il figlio del mitologico cronista del Notiziario della Valtrompio: la parlata è la stessa e d’altronde… “lì, son su a milletre !!!
occhiolino

 

 


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La nevicata del 1985

Si avvicina Natale e la classica iconografia pubblicitaria, oltre a sfrantumarci i “cabasisi”, ce lo spaccia sempre sotto forma di bianco Natale, con scenari completamente innevati e quasi fiabeschi.

Ma di neve a Natale non se ne vede quasi mai; talvolta nemmeno in montagna. Allora ho pensato bene di rendervi io, con questo breve racconto, l’immagine di un paesaggio con tanta, tanta…troppa neve.nevicata-85-1

Dando per scontato che il lettore tipo di queste pagine fosse allora già più che giovincello, suppongo che tanti di noi conservino ancora indelebile il ricordo della gigantesca nevicata del 1985. Io vi racconto, di seguito, la mia piccola avventura di quei giorni.

Lavoravo alla HP e, con un collega, eravamo in quel di Pomezia a seguire un progetto presso la Procter & Gamble. Fu così che un fatidico giorno, mentre eravamo intenti a far girare i programmi per la pianificazione della produzione del Dash, veniamo colti dalla notizia improvvisa: al Nord, a Milano, nevica di brutto…ma di brutto, brutto, brutto!

nevicata-85-2Logica vorrebbe che uno programmasse alla meglio come schivare il problema. Eravamo di base a Roma: dove stava il problema? Potevamo fermarci qualche giorno in più nell’attesa di una situazione meno critica nei trasporti.

Certo, i trasporti! Qualsiasi volo con destinazione al Nord era cancellato; dei treni si dicesse che qualcuno era partito arrivando però non si sapeva bene dove. Fino a Firenze?, Fino a Bologna? Chissà…di certo non fino a Milano.

Avremmo potuto tranquillamente metterci il cuore in pace; fermarci a Roma e farci delle belle scorpacciate di tonnarelli cacio e pepe. E invece no…!

Il mio collega aveva la moglie in attesa del primo figlio, anzi figlia, e la gravidanza era ormai agli sgoccioli: questione di giorni. All’idea di fermarsi per diversi giorni a Roma, in attesa di migliori condizioni, non ci stava proprio. Voleva assolutamente partire al più presto possibile.

Come? nevicata-85-fiestaL’unica nostra possibilità era la vettura a nostra disposizione, noleggiata presso la Hertz: una Ford Fiesta.

Verificata l’impossibilità di riportare il collega a più comodi consigli mi rassegno all’idea dell’avventuroso viaggio cercando però di fare alcuni preparativi. Contatto quindi la Hertz e chiedo se possono fornirci delle catene per il non si sa mai. La risposta è che di catene neanche l’ombra: sono quindi tutti cavoli nostri. Il collega, peraltro, è sempre più agitato perché sentendo al telefono la moglie aveva ravvisato, telepaticamente, chissà quali segnali di possibile anticipo della nascita. A questo punto prendo una posizione chiara: mi metto in viaggio a una sola condizione. Guido io perché lui mi sembrava veramente troppo in tilt. Il motivo? In primis questo suo presentimento; in secundis, per non far preoccupare la moglie non le aveva detto del nostro folle piano. Si era inventato che avremmo potuto prendere un treno speciale, capace, attraverso chissà quali artifici o peregrinazioni (risalire al Nord dalla dorsale tirrenica), di arrivare sicuramente a Milano in un tempo però non ben definito.

Facciamo il pieno alla Fiesta e via, si parte! Sono le 17 circa.

Fino a Firenze e poco oltre tutto bene: poi arriva il tratto appenninico e cominciamo a trovare neve ma non è ancora tanta. La Fiesta, andando piano, tiene la strada e ad andatura poco brillante risaliamo. Arriviamo all’area di servizio di Bologna Casalecchio che sono da poco passate le undici di sera. Ci fermiamo e il collega si inventa, al telefono con la moglie, che va tutto bene: col treno è arrivato a Genova e si deve capire adesso come fare l’ultimo tratto fino a Milano. Mah…

Ripartiamo e dopo Modena la faccenda si comincia a far tosta. L’autostrada è un manto compatto di neve spesso molti centimetri. Bisogna procedere pianissimo. Nevica che Dio la manda, ma a secchiate! I fari della piccola Fiesta fanno fatica a far luce perché si ricoprono di neve e quindi spesso si fa una breve sosta per pulirli. Attorno lo spettacolo è surreale. Bianco ovunque. La macchina che avanza senza far rumore: si va piano e lo strato di neve sulla strada insonorizza tutto. Lo stesso per gli altri mezzi in movimento: pochi e tutti a velocità bassissima. Guai ad accelerare troppo; peggio ancora a frenare. nevicata-85-3Sull’autostrada ogni tanto quasi ci si ferma per fare lo zig zag attorno a qualche auto o grosso camion che si sono messi di traverso. Sono tantissimi di traverso e dove si sono piazzati staranno per diverse ore. Non c’è alcun soccorso possibile. Se ti stai muovendo perché hai deciso di fare l’argonauta in quelle condizioni sono tutti cavoli tuoi.

Entriamo nella notte più fonda, muovendoci sempre più piano, ma muovendoci. Si macinano non chilometri ma decine di metri.

Reggio Emilia, Parma, lo svincolo per la Cisa, Fidenza, Fiorenzuola, Piacenza, Lodi, e infine, dopo l’ennesima breve sosta per pulire i fanali, Melegnano e la barriera.

Vittoria! No, non ancora: ancora troppo presto, però, bene o male, ci siamo e cominciamo allora a decidere il da farsi quando arrivati a Milano.

Tutti e due avevamo lasciato la nostra macchina al parcheggio di Linate. Decido, vista la tensione del collega, di lasciargli la Fiesta cedendogli il volante una volta giunti a Linate.

A quel punto lui proseguirà per Cassina de’ Pecchi per riabbracciare la moglie: io in quel periodo non solo non avevo moglie ma nemmeno una fidanzata. Mi dovevo quindi accontentare di riabbracciare la mia Fiat Ritmo bianca parcheggiata, giorni prima, su un piazzale davanti a Linate.

Passato Melegnano e inoltratici in Tangenziale lo spettacolo ci lascia attoniti: molte macchine e altrettanti camion o furgoni giacciono sul manto nevoso posizionati nelle maniere più bizzarre. La Fiesta inizia ad arrancare ma ce la facciamo.

Siamo a Linate, fermi davanti all’aeroporto e intorno abbiamo il nulla: un nulla molto ma molto bianco! Sono le 5.20 del mattino! Mi saluto col collega augurandogli in bocca al lupo per i chilometri restanti. Lo vedo gongolante per la gioia di arrivare presto a casa e sono certo che guiderà con estrema prudenza. Siamo arrivati fino a Linate da Pomezia senza far danni: non andrà di certo a farli da lì fino a Cassina de’ Pecchi.

Ma appena resto solo ed entro in aeroporto capisco che la mia avventura non si è ancora conclusa. Vado infatti alla cassa dei parcheggi e sveglio uno degli addetti per il pagamento. Gli chiedo, visto che la mia macchina è in un parcheggio scoperto, se hanno previsto la possibilità di sgomberare la neve e tirarmi fuori la macchina.

Mi guarda come se venissi da Marte e mi comunica con la classica parlata tipica dei lavativi che verrà previsto solo in mattinata lo sgombero della neve sulle corsie del parcheggio e che, dalle 7.00, ci saranno in azione degli spalatori. Ancora cavoli miei…

Vorrei mettermi a discutere ma sono troppo stanco e opto per mandarlo in cuor mio a fan… spostandomi in uno dei bar dell’aeroporto a rifocillarmi con cappuccino e cornetto.

Albeggia ormai e quando il giorno si fa chiaro, con appresso la mia valigia, entro nel parcheggio. Cammino con una certa fatica ma un po’ di neve è stata spostata. Nel parcheggio ci sono delle ruspe che liberano le corsie. Seguendo una di queste arrivo a quella che era la mia Ritmo Diesel bianca. Era, perché ora è una montagna di neve bianca: nemmeno se ne vedono le ruote.

Vedo un gruppo di spalatori e mi avvicino chiedendo la cortesia di spalarmi la neve dalla macchina. Questi mi guardano di traverso e mi fanno intendere che non se parla proprio, neanche a fronte di lauta mancia. Cavolacci tutti miei: ancora… Ma come posso fare, chiedo. Mi dicono allora che, se voglio, per diecimila lire mi possono prestare una pala.

Ed è in questo modo che io ricordo la mitica nevicata del 1985. Non tanto per aver fatto l’argonauta della neve guidando da Pomezia a Milano Linate, quanto per aver passato quasi tre ore, sudando sette camicie, per spalarmi fuori dal fottutissimo parcheggio dell’aeroporto la mia Ritmo. Meno male che allora abitavo abbastanza vicino e, riuscito finalmente a sgombrare e muovere l’auto, decisi di trasformare in acquisto quell’esoso noleggio pala al quale ero stato costretto. Mi sarebbe di certo servita per scavarmi un parcheggio arrivato a casa. E fu proprio così, riuscendo con altri colpi di pala a piazzare la macchina molto vicino a casa. Era quasi mezzogiorno ma finalmente varcavo l’uscio di casa e mettevo la parola fine alla mia avventura.

Che immane fatica la Nevicata del 1985 !    occhiolino

ah…dimenticavo, la bimba nacque un paio di settimane dopo.

 

 

 


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Un, due, tre…Challenge !

Il destino della razza umana è segnato: la tecnologia ci seppellirà avendoci prima però totalmente alienato il cervello.

I “social” sono diventati le nuove agorà dove esibirsi, mettersi in mostra, lanciare pseudo mode, diffondere bufale clamorose, istigare all’odio seriale: alienarsi insomma, dimenticando buon senso, cultura (quella vera), senso della misura e, sopratutto, storia e tradizioni.

un due tre 4.jpgAdesso una nuova moda impazzante è quella del “mannequin challenge“. Possibile che qualcuno di voi non lo conosca? Spiego: farsi ritrarre, in gruppo, in una foto o in un video mantenendo la totale immobilità in situazioni dove però si suppone ci sia azione.un-due-tre-3

Novità? A sentire quanto i media stanno dando enfasi alla cosa, si direbbe di si!

un-due-tre-1Ma, porca di quella putt… nessuno di questi gonzi che cianciano ora di “mannequin challenge” trend ha mai sentito parlare di “un, due, tre, stella!“? Ovviamente tanto meno ci hanno giocato.un-due-tre-2

 

Nulla da obiettare sulla realizzazione di queste nuove immobili coreografie, alcune anche divertenti.
Ciò su cui rifletto e che mi rattrista è il dimenticare ulteriormente un pezzo delle nostre tradizioni, della nostra cultura, in questa tendenza a uniformare tutto sotto cliché globali senza arte né parte.

Ma tant’è; storia e tradizioni non sono più di moda.

faccia_triste

 

 

 

 


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La mia seconda Prima Comunione…

Una volta tanto una pagina autobiografica per raccontare una storia singolare capitatami tanti, tanti anni fa. Una storia di confine, bizzarra e quasi surreale: di certo permeata di aspetti di semplicità oggi smarriti per sempre.

Parlo di confine perché per tanti anni, fin da piccolo, ho abitato in corrispondenza della demarcazione fra due diversi Comuni.

Due frazioni sotto Comuni diversi, nelle immediate vicinanze di Cremona: differenti pure le parrocchie.

Prima Comunione CavatigozziPrima Comunione CasavovaPer semplificare il racconto faccio riferimento ai nomi delle due frazioni coinvolte: Cavatigozzi e Casanova del Morbasco…e già i nomi fanno sorridere un poco.

In verità, per come era collocato l’ingresso di casa mia, io abitavo a Casanova, salvo avere la camera dove dormivo ubicata sotto Cavatigozzi…

In ogni caso, bizzarrie della geopolitica, la frazione e la parrocchia di pertinenza erano molto più distanti dell’altra.

Quindi frequentavo la Scuola Elementare di Cavatigozzi e, assieme ai miei compagni di classe, la vicina parrocchia dove, peraltro, andavo anche a dottrina, messa, ecc… da bambino ligio e timorato di Dio qual ero.

Però formalmente non ne ero membro titolato: diciamo che ero una sorta di clandestino, neppure richiedente asilo…perché andavo alle Elementari… Battutona… 😉
Prima ComunioneArrivò il momento della Prima Comunione, primo atto formale dal punto di vista religioso, nel quale incappavo. Logica voleva che prendessi la Prima Comunione assieme ai miei compagni di classe e di dottrina. Ma, essendo clandestino, la burocrazia non lo consentiva: necessitava il permesso del parroco dell’altra parrocchia.

Il risultato della “trattativa” dei miei genitori col parroco di Casanova, paesino molto più piccolo della vicina Cavatigozzi, fu quantomeno singolare.

Mi veniva concesso il permesso di fare la mia Prima Comunione a Cavatigozzi ma, essendo molto esiguo il numero dei nuovi comunicandi di Casanova, mi era “imposta”, come pegno, una seconda Prima Comunione in quel di Casanova.

Prima Comunione 1 Maggio 1963

…da non credere…

Un Maggio intenso il mio nell’anno 1963! Nell’arco di due settimane avevo due Prime Comunioni!

La cosa però più buffa consisteva nel fatto che io sarei arrivato alla seconda Prima Comunione non più “vergine“…e questo fatto doveva essere gestito in qualche modo.

Noi, bambini nel 1963, eravamo molto diversi dai bambini attuali capaci di pistolettare su smartphone, tablet e diavolerie varie. Noi al massimo guardavamo la TV dei Ragazzi senza nemmeno poter accendere da soli il televisore. Il momento della Prima Comunione, con tutto l’indottrinamento al quale venivamo sottoposti, era importante e pieno di quesiti e curiosità. Cosa mi accadrà dopo aver ricevuto l’ostia consacrata? e se mi viene da masticarla? sentirò qualcosa in me di diverso dopo? Insomma…una serie di dilemmi conditi dalla freschezza e ingenuità di allora.

Fu così quindi che, evasa la pratica della prima, accingendomi alla seconda Prima Comunione, che, per maggior precisione, diventava la terza come comunione di per sé (c’era stata infatti un’altra domenica di mezzo con relativa messa e comunione), venni istruito sul tacere rigorosamente ai novelli comunicandi quanto a me già accaduto.

Prima Comunione peccatiCerimonia bizzarra quindi; prima di tutto perché mi ritrovai nella chiesa di Casanova con altri tre bambini mai visti prima. Loro mi guardavano come un alieno: io invece muto, con la consegna assoluta del silenzio, guardato a vista dalla perpetua, che fungeva da una sorta di kapò.

Ma da qualche bisbiglio si capì che la mia presenza, nonché “esperienza” in materia, era già stata segnalata. Le voci erano girate e c’era stata qualche soffiata fra i rispettivi oratori. Accadde quindi che nella concentrazione e fervore del momento era tutto un chiedermi sottovoce: “ma allora…cosa succede? ci si sente diversi? si mastica? ci si soffoca?…”.

Il silenzioso cicaleccio fu colto e perentoriamente interrotto dalla perpetua del parroco che decise di riportare ordine distribuendo scappellotti a tutti: me compreso, pur muto siccome stoccafisso!

Ma come? Vengo a rimpinguare le fila dei pochi comunicandi; mantengo la consegna del silenzio e mi prendo pure uno scappellotto? Eh, no!

Ma c’era poco da fare: la cultura del tempo prevedeva che nel caso tu, bambino di allora, le avessi prese da una persona matura (e la perpetua in questione altroché se era matura…) era solo perché te le eri meritate. Quindi inutile protestare: potevi prenderne anche delle altre. Punto e a capo!

Certo è un primato strano il mio. Non so quanti altri possano fregiarsi di aver fatto Due Prime Comunioni…

Io si !!!

smile


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La prima auto non si scorda mai…

La prima auto non si scorda mai… PrinzEccome potrebbe essere possibile quando poi, come nel mio caso, la prima auto fu la mitologica NSU Prinz?

Ma quali Fiat 500 e robe varie: la Prinz era unica e impareggiabile!

Prinz verdeAnzitutto, sfatiamo il campo sulle sfighe e sfortune varie: la mia Prinz 4L non era verde! Tanto meno mai fu guidata, né vide, suore a bordo. Per cui non corrispondeva a quella alla quale erano associati 10.000 punti di sfiga: la tremenda Prinz verde guidata da uomo con cappello e che portava 4 suore a bordo… Sfiga totale!!!

La mia era azzurrina, ereditata dal mio povero nonno che le aveva, poveretta, martoriato non poco la frizione.Paris Dakar Prinz

Eppure pur nella sua diversità stilistica, in quell’imbarazzante davanti/dietro quasi simmetrico (come la giravi sembrava sempre uguale…) era una gran macchina. Alla mia avevo tolto i copricerchi: Prinz TTsembrava essere un po’ più aggressiva, nel goffo tentativo di scimmiottare la sua cugina 1000 TT che era un piccolo mostro di potenza e velocità.

Cambio sincronizzato (altro che le cinquecentesche doppiette), una velocità di punta ragguardevole, cinque posti comodi, una frizione un po’ bastardina che però ti insegnava ad avere molta sensibilità sulla pedaliera: insomma niente male!

Poi qualche stranezza bizzarra: la prima il tappo del serbatoio che era all’interno del cofano anteriore. Così quando facevi benzina dovevi aprire il cofano.

Certo quel grande serbatoio di traverso proprio piazzato, lì di traverso, dietro il sottile paraurti dava qualche pensiero; effettivamente la Prinz negli urti frontali era solita prendere fuoco…

Ma anche la bizzarria del motore (di derivazione motociclistica) montato su dei silent-block di gomma. Questi col tempo si consumavano. E tu come te ne accorgevi? Semplice! Mentre andavi sentivi…”pum” dal cofano posteriore: era il motore che cadeva, appoggiandosi alla scatola del cambio. Non accadeva nulla, salvo il fatto che si bloccava il cambio nella marcia inserita. A me capitò appena entrato in autostrada a Brescia, di ritorno verso Cremona. Ero in terza, in fase di ingresso,…d’un tratto “pum”…e in terza restai  potendo però arrivare poi dal meccanico, non senza aver pagato al casello con una sosta caratterizzata da una sfrizionata pazzesca. Provate voi a partire da fermo in terza e poi mi dite.

Però che macchina la Prinz !

Occhiolino