La Scrivania Obliqua

Note e osservazioni semiserie dal mondo d'oggi

un dì andai soldato…

5 commenti

Sono passati quarant’anni da quel giorno, il 15 Aprile 1980, quando partii per il mio servizio militare: la naia!

Ebbene si: l’ho fatto il servizio militare! Alla faccia di tutti i vari imboscati/raccomandati che l’hanno sfangato. L’ho fatto; eccome se l’ho fatto! Perché mi sono fatto un mazzo tanto e se avrete la pazienza di leggermi capirete il perché.

Non voglio però tediarvi con la cronaca di quell’anno; mi limiterò solo a raccontarvi un po’ di situazioni ed esperienze vissute. Posso solo dire che, contrariamente a come la pensavo tanti anni fa, ovvero essere certo di avere buttato nel cesso un anno di vita, il tempo mi ha dato modo di ricredermi, classificando quella come un’esperienza di vita importante, utile a toccare con mano realtà a me sconosciute.

Se ne avete voglia, comincio a raccontare.

  • Il Viaggio

Partii da casa, nel mio ultimo giorno da civile, con la mia valigia, per un viaggio in treno destinazione Ascoli Piceno, sede del Centro Addestramento Reclute (CAR) assegnatomi: il 235° Battaglione (Bgt.) Fanteria “Piceno”. Ma, premetto, io non ero un fante; da subito, infatti, la mia assegnazione parlava di “Artiglieria Contraerea dell’Esercito” (ArtiCAL).

Fu un viaggio a tappe; prima fino a Fidenza, accompagnato in macchina dai miei. Poi fino a Bologna; da qui fino a San Benedetto del Tronto e poi Ascoli. Si scrive Ascoli ma si pronuncia Asccccùli; fu un bell’impatto con quella parlata locale così piena di “sccc, sccc”… In verità il primo vero impatto da basso padano, uscito dalla sua tana, fu gastronomico.

Alla stazione di San Benedetto del Tronto, in attesa del treno per Ascoli, decisi di mangiare un panino. Mi attirò un bel paninazzo con la coppa e così lo ordinai:”un panino con la coppa”. “Coppa ???” mi venne risposto. Allora, a fugare ogni dubbio, additai l’oggetto del desiderio. “Ah…un panino col capocollo!”. Capocollo??? Chi mai aveva sentito parlare di capocollo; quella roba a casa mia era coppa! Dentro di me una vocetta cominciò a dire “andiamo bene…”; ma come Amatore Sciesa mi imposi il “tirém innanz”…

Arrivato infine alla meta, bastarono solo due giorni per avere risposta all’amletico dubbio col quale ero partito da casa: perché finire in un reparto di fanteria quando sulla cartolina mi si assegnava alla Contraerea? Semplice! Marciare, marciare, marciare; tutto il giorno, tutti i giorni… Marciare, avanti, indietro, destra, sinistra. Presentat’arm ! Pied’arm ! Attenti ! Riposo ! Passo ! Cadenza !Leva - 235 Piceno

Tutto quanto finalizzato al non fare una figura di merda al successivo Giuramento, evitando ridicole ammucchiate o penose ritmiche. Esiste infatti una ritmica particolare quando un reparto di un centinaio di ragazzotti marcia o si deve schierare. Ad esempio; il passo non cadenzato e il conseguente “tump, tump, tump” da marmaglia; oppure, al comando “baionetta”, il clic-clac sfalsato di un centinaio di baionette. E’ proprio inascoltabile. Lo stesso col comando “pied’arm”; sentire un centinaio di calci di fucile che toccano il suolo con un trac-trac-trac-trac- infinito è ben diverso da un unico, ben scandito TRAC ! Così, per giorni e giorni, si marcia e si impara il concetto di “massiccio“; meglio ancora di “massiccio ed incazzato“. Insomma, tutta una teoria contro la quale chi scrive, allora fresco neolaureato in Ingegneria Elettronica, andò a sbattere mica poco…

 

  • Lo Zappatore

Dopo le quattro settimane di CAR, fatto il Giuramento, ci fu l’assegnazione ai reparti definitivi; anche in questo caso, però, mi ritrovai in una situazione particolare. La mia prima destinazione, prima di quella definitiva, fu la Scuola di Artiglieria Contraerea (SACA) con sede a Sabaudia per un corso di specializzazione su un radar.

Altro viaggio ma, quantomeno, due elementi di interesse; era metà Maggio, cominciava il caldo; Sabaudia era sul mare… L’idea poi di frequentare un corso di specializzazione non era poi male; chissà…si poteva imparare qualcosa. Non andò effettivamente così.

Anzitutto l’ambiente era…peculiare. Ogni mattina, ad ogni adunata, sembrava che ci si dovesse preparare ad un colpo di stato; diciamo che tutti erano molto massicci e molto, molto incazzati! La disciplina era ferrea; ad esempio, nei cortili interni non si poteva mai camminare. Bisognava sempre, pena punizioni, andare di corsa e inquadrati; anche per andare a fare la doccia. Anche quando si attraversavano i cortili da solo dovevi essere di corsa e con passo cadenzato.

Non bastasse, ma se al CAR ci avevano fatto sparare il minimo sindacale qui ci fecero fare i recuperi, con gli interessi. L’arma allora in dotazione era il Garand, un fucile più che vecchiotto usato dagli americani nella guerra di Corea.Leva - Garand La sua “peculiare” caratteristica era, avendo una portata di tiro pazzesca, quella di avere una molla dell’asta di armamento di una durezza spaventosa; tirare l’asta di armamento per caricare il fucile era uno sforzo non da poco. Soprattutto da farsi con la massima attenzione perché nel caso non si fosse riusciti a trattenere l’asta, per la pressione della molla, questa partiva alla velocità della luce richiudendosi mentre si stava sistemando col pollice il caricatore in sede. Il risultato era l’amputazione, quasi sicura, di una falange del pollice! Questo significava che ogni caricamento era un’operazione che procurava qualche apprensione. Alla SACA decisero che, avendo noi sparato troppo poco al CAR, bisognava recuperare. Così uno dei primi giorni ci portarono al Poligono; lo chiamavano “pantani d’inferno” ricordando ancora il periodo delle bonifiche dell’agro pontino che diedero vita a Sabaudia stessa.

Lì iniziarono i fuochi d’artificio; per prima cosa il fucile Garand col quale sparai cinque, diconsi cinque, caricatori completi. Questo implicò il supplizio di cinque fasi di caricamento e relativi scongiuri. Per non parlare poi del calore emanato da un fucile che dopo una ventina di spari si arroventa… Ma non era finita.

Si passò al FAL, la carabina a tiro rapido, sparando a colpo singolo piuttosto che a raffica e facendo fuori un paio di caricatori. Ma erano ancora le prime portate…

Leva - MGVenne il turno della tremenda MG, una mitragliatrice con la quale mi cimentai in una ben riuscita, eufemismo, raffica che, partendo dalle sagome bersaglio, risalì l’intero terrapieno di sabbia per poi perdersi verso il mare, col Sottotenente, sdraiato di fianco a me che mi gridava “spara più in basso, più in basso, cazzo!”. Poi fu il turno dei secondi piatti; le bombe a mano. Non quelle da esercitazione, simili a petardi, del CAR; no! Bombe a mano vere che ti facevano tremare la terra sotto i piedi e producevano buche spaventose. Cercando di tirare la seconda il più possibile distante finii col tirarla altissima in una sorta di campanile. Il risultato fu che scoppiò molto vicino, troppo vicino, e sul sottoscritto, buttatosi a terra, scaraventò una bella carriolata di terra…  E alla fine il dessert: il bazooka. Di quello però non ricordo praticamente nulla salvo la pacca sulla spalla che era il segnale per sparare; tanto fumo e altrettanto rumore; ma ero ormai totalmente rincoglionito da tutta quella sarabanda che non capivo più nulla.

Il giorno successivo iniziava il corso radarista. Ci portarono, a passo di corsa, in aula e li ci dissero che, contrordine, dovendo realizzare il prato per il museo dell’Artiglieria Contraerea il nostro corso aveva una destinazione diversa: i pantani d’inferno, per dissodare zolle di prato da portare con i camion in caserma e utilizzarle per la realizzazione del prato. Lo zappatore!  Per oltre tre settimane, ogni giorno, sotto un sole cocente, almeno nove ore ai “pantani d’inferno” a zappare e zappare.

Quando, alla fine, mi concessero, prima di raggiungere il reparto definitivo, una licenza di cinque giorni, tornato a casa, per la prima volta, ero un po’ stravolto: otto chili di meno, un’abbronzatura da muratore pazzesca (non ci fu mai concesso di toglierci la maglietta zappando) ma due braccia muscolose come mai.

Leva - SACA

Contro l’ala nemica addestro e tempro

D’altronde il motto della SACA era, ed è:”Contro l’ala nemica addestro e tempro“.

Beh, nel mio caso non ha addestrato una cippa ma, in compenso, mi temprò i muscoli in modo importante. Massiccio ed incazzato!

 

  • Il Reparto
Leva - Artical

La Fede è scintilla del mio fuoco

Finalmente la destinazione finale è raggiunta! A Bologna, presso il 121° Reggimento (Rgt.) ArtiCAL, I° Gruppo, II^ Batteria, incarico 121G, ovvero addetto al Radar AN TPS.

Leva - VialiAnzitutto la collocazione,  da subito, sembrò, come indirizzo, bizzarra: Caserma Cap.Maggiore Corrado Viali, via Due Madonne, Bologna.

Due Madonne??? Ma mi avevano sempre insegnato al Catechismo che ce n’è una di Madonna. Ebbene si; a Bologna, città di mattacchioni, esiste, quasi al confine con San Lazzaro di Savena, una lunga via che si chiama Due Madonne. Mah…forse melius abundare?

In quel posto ci dovevo stare, e ci stetti, ben dieci mesi; era quindi necessario acclimatarsi, salvo il dare di matto molto presto.

Di certo l’impatto non fu banale. Il reparto non costituiva la créme dell’esercito italiano; diciamo che la popolazione era molto assortita, con un livello di scolarizzazione che definire basso era ottimistico. Un coacervo di gente di varia provenienza, quasi tutti meridionali, suddivisi per etnie; nella mia batteria c’erano le camerate dei napoletani, una sorta di piccola Gomorra, e quelle dei calabresi, con una di queste territorio di vera N’drangheta. Insomma un bel po’ di tipini fini con i quali mai mi era capitato di imbattermi nella mia vita e anche questa fu tutta esperienza. Nel mucchio riuscivi però a cogliere le individualità e ce n’erano. Personaggi dal grande estro e fantasia, oppure dalla meticolosità incredibile; altri dotati di una empatica leggerezza nell’affrontare il quotidiano, sapendo trovare sempre spazio per una battuta, una risata, una frecciatina. Poi alcuni di una ingenuità incredibile, tali da sembrare usciti da una novella del Verga, come l’indimenticabile ragazzo calabrese di professione mugnaio, nero che più nero non si può; quello che ad ogni libera uscita, si riempiva di lacca perché, secondo lui, le ragazze bolognesi amavano il pelo liscio. Peccato che la lacca non se la spruzzasse solo in testa ma pure sui peli delle braccia, pettinandoli con attenzione…

Gente semplice ma buona d’animo. Meglio invece sorvolare su quelli da Gomorra o N’drangheta; posso solo dire che gli piaceva giocare a pallone con un elmetto quando gli altri, di notte, cercavano di dormire.

Il mio comandante, un Capitano baffutissimo e arcigno, mi destinò all’ufficio di Fureria, quello sul quale gravita la gestione della Batteria. Solitamente la figura del Furiere è quella di un mezzo imboscato che fa attività d’ufficio mentre gli altri svolgono i vari servizi necessari. Non era, purtroppo, il caso della II^ Batteria.

Secondo il nostro, paraculissimo, Capitano, il Furiere doveva assolvere tutto quanto necessario alla gestione di una Batteria di 160 persone circa, coordinandone tutte le attività; allo stesso tempo, non era però dispensato dai servizi, fatte salve le attività di servizio in cucina/mensa e la “ramazza reggimentale”. Restavano quindi tutti i servizi di guardia e gli eventuali turni di sorveglianza in polveriera; robetta non da poco visto che il lavoro che ci scaricava addosso andava ben oltre le classiche otto ore.

Capitava quindi di montare di guardia per un giorno intero e poi tornarsene in ufficio e fare le ore beate per evadere quanto rimasto indietro, inevaso. Insomma, il caro, baffutissimo, Capitano, fece a noi poveri Furieri un paiolo tanto.

L’unico vantaggio di quell’ufficio era, a costo di restarci anche la notte, il fatto di essere tutto nostro e questo ci dava modo, terminate le attività, di trasformarlo in una sorta di Circolo privato aperto solo a pochi eletti; praticamente lo sparuto gruppo di persone, fra commilitoni e Sottotenenti (erano di leva anche loro e, salvo un caso, erano tutti ragazzini) con cui si era fatta amicizia. In realtà non con tutti i Sottotenenti, perché un paio erano veramente degli insopportabili coglionazzi e ad ogni loro ingresso in Fureria venivano da noi cacciati in malo modo, piuttosto che intortati con qualche scherzetto.

Al contrario era bello invece trascorrere del tempo ascoltando, ad esempio le chiacchiere di Lello, il Sottotenente belloccio, che raccontava le sue avventure da sciupafemmine, piuttosto che creparsi dal ridere quando un altro faceva dei cazziatoni micidiali a qualcuno apostrafondolo con “ma che? ma tu c’hai la neve nel cervello!!!”.

Dieci mesi nei quali si sono avvicendati fatti belli (compatibilmente col luogo) e meno belli, se non addirittura tragici. Uno su tutti, purtroppo: la bomba alla Stazione di Bologna… La prima volta nella mia vita nella quale mi trovai a versare lacrime per persone sconosciute. Per non parlare degli svariati allarmi Brigate Rosse (che allora si dilettavano ad assaltare le armerie delle caserme); e spesso ci capitava di dover allestire un presidio armato davanti all’armeria, contigua al nostro ufficio.

Poi venne il terremoto in Irpinia, con tanti dei commilitoni che erano di quelle parti.

Ma c’erano anche le cose amene o almeno ridicole: ad esempio quella del calabrese, vero avanzo di galera, al quale ogni due mesi arrivava un GMF. Si trattava di una comunicazione di Gravi Motivi Famigliari per i quali si otteneva una licenza di dieci giorni; nel suo caso era sempre una nonna a morire. Certo…alla terza nonna la cosa cominciò a farsi strana; alla quarta nonna poi, non ne parliamo. Fu allora nostra cura, mia e del collega, riversare sul manigoldo, ad ogni suo rientro, una quantità di servizi mai vista prima; la cosa non lo rendeva di ottimo umore, e più volte minacciò di farci la pelle. Però riuscimmo sempre a farla franca e fargli fare sistematicamente un grandissimo culo!

 

  • Il Radar

Beh, stavo dimenticando l’oggetto che avrebbe dovuto essere il mio strumento di lavoro ma del quale non sapevo nulla. Al reparto, quantomeno, ne feci la conoscenza, istruito dal Sergente Maggiore radarista che mi spiegò tutto, o almeno quasi, intervallando ogni sua lezione con raffiche di “sùca”; era un siculo simpatico e mattacchione.

Dicevo che mi spiegò quasi tutto; tranne una cosa… Il freno della grande antenna rotante.Leva - Radar ANTPS

Venne il giorno nel quale, usciti per una esercitazione (si faceva più o meno finta di sparare ad un aereo da caccia, che si prestava a prendersi gioco di noi), Mic, così lo chiamavo, mi disse che avrei montato io l’antenna. Si trattava di salire sul tetto del carro rimorchio e cominciare a montare, pannello per pannello, la grande antenna rotante. Per le parti più esterne si doveva fare l’acrobata sporgendosi nel vuoto e restando in equilibrio sulla parte di antenna già montata. Peccato che non diedi il freno… Il risultato fu che l’antenna iniziò a ruotare, con me attaccato tipo scimmietta e il Mic a gridarmi una sequela infinita di “minchia” e di “sùca”. Feci un paio di giri di giostra fino a che salì lui sul tetto e diede il freno. Mica me lo aveva detto che esisteva un freno…

Sul funzionamento dell’apparato, meglio stendere un pietoso velo… Era in linea con la performance generale del reparto; poco sopra lo zero.

Avremmo dovuto agganciare sullo schermo l’aereo attaccante a circa dieci km di distanza; se lo prendevamo a tre andava di lusso. Ricordo che un giorno, addirittura, uscii dallo sportello chiedendo al Tenente della Sezione Comando posta nei pressi:” ma quando cacchio passa ‘sto aereo?”.

Fui letteralmente scaraventato a terra dal frastuono di un caccia F104 che passò sopra le nostre teste a poco più di 80 metri da terra…

 

  • La carriera

Ebbene si, feci pure carriera in quei dieci mesi. Il mio incarico già prevedeva la possibilità di diventare Graduato ma dovevi essere sempre ottenere una valutazione positiva sul tuo operato. Divenni quindi Caporale e, dopo poco, Caporal Maggiore per congedarmi addirittura col grado di Sergente. Come Sergente feci anche tutta la mia ultima settimana; ti facevano fare solo pochissimi giorni per non doverti pagare di più.

Come Caporal Maggiore, essendo uno dei più alti di tutta la Caserma, ebbi anche il privilegio di comandare un Picchetto d’Onore per un Generale a tre stelle che venne in visita. Era un picchetto di una dozzina di Artiglieri, i più alti e prestanti della Caserma; ci fecero fare almeno una giornata intera di prove, fino quasi a farmi perdere la voce dovendo sempre urlare i comandi. Alla fine ne venne fuori un picchetto con i fiocchi.

Quando gridai il “baionetta”, prima del “presentat’arm”, si sentì un unico “clac”, all’unisono; quando, poi, dopo il saluto, diedi il “pied’arm”, i calci dei fucili toccarono l’asfalto con un unico, scanditissimo, “trac”. E ci furono pure i complimenti del Generale!

Massicci ed incazzati!

 

Ci sarebbe ancora tanto da raccontare ma meglio chiuderla qui: farò solo una pagina aggiuntiva nella quale racconterò alcune delle situazioni Top, le più esilaranti, che mi capitarono quando…un dì andai soldato.occhiolino

 

 

Autore: enrico negroni

Libero Pensatore, fuori dagli schemi, con una lunga carriera da Top Manager di successo: sempre parlando chiaro e non scendendo mai a compromessi. Carisma, visione e passione uniti a una tetragona coerenza verso l'Etica, quella con la "E" maiuscola che troppi non conoscono nemmeno più. Questo sono io... In queste pagine, nei miei libri (ebbene si...ne ho scritti due: "La scrivania obliqua" e il romanzo "Prossima curva l'Oceano"), racconto ciò che penso partendo da quella "visione laterale" che mi consente di vedere le cose, valutarle e giudicarle in modo obiettivo. Pensiero soggettivo ma mai legato a vincoli o compromessi perché questi, da Uomo Libero qual sono, non ne ho e non ne ho mai tollerati.

5 thoughts on “un dì andai soldato…

  1. Bei ricordi Enrico , tutto sommato e mi hai fatto venire in mente tante situazioni simpatiche capitate anche a me da bersagliere quale , ahimè , fui .
    Come dici tu , ritengo la naja una scuola di vita unica , che tutti i giovani uomini,soprattutto oggi , dovrebbero affrontare e invece ….

  2. Bellissimo racconto, mi sembra quasi di esserci stato. Ciao C.M. “zanzara” Negroni, C.M. Invernici

    • Certo che ci sei stato, caro il mio Caporal Maggiore Invernici Walter, I° sc 1980, incarico, anche tu, 121 G !
      Un abbraccio sperando tu stia bene, perché, a dispetto che quanto continuano ad esporre, tutto non è andato bene manco per un cazzo !

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