La Scrivania Obliqua

Note e osservazioni semiserie dal mondo d'oggi


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Trinariciuti 2021

Poco più di un anno fa avevo già scritto un post sul tema dei “trinariciuti” di oggi; si era in ballo con le elezioni regionali e la piazze brulicavano di “sardine” e varie altre specie sinistre che se la facevano sotto temendo di perdere l’incontrastato dominio di regioni rosse.

https://lascrivaniaobliqua.wordpress.com/2019/12/07/trinariciuti-doggi/

Non ci era giunto ancora alcun allarme dalla Cina (grazie ancora al grande “partner strategico dell’Italia”….sic dixit Giggino…) circa la pandemia con cui avrebbe ammorbato, ad hoc, il pianeta; l’aggregazione di piazza era non solo consentita ma pure bramata da queste varianti di pesce azzurro, anzi rosso!

Poi è arrivata la pandemia e…fine della vita normale. Siamo entrati in questa tragica spirale; abbiamo cominciato a sbattere, a cadenza mensile, contro i DPCM… Ne è venuto fuori di tutto…ma nonostante gli assoluti disastri creati si è consolidata, sempre di più, una pletora, ahimè molto ampia e inclusiva anche di soggetti totalmente imprevisti, che ha radicato il credo classico del guareschiano trinariciuto:”obbedienza cieca, pronta e assoluta!

In questo caso non nei confronti delle direttive del Partito (comunista) ma del cosiddetto premier e delle sue iniziative. Il ciarlatano in pochette racconta, incensandosi, le sue grandi idee per Supercazzole assolute e i Trinariciuti plaudono, incrementandone il consenso. Il ConteCasalino smentisce se stesso nel giro di poche settimane e i novelli Trinariciuti plaudono nuovamente dimostrando una memoria allineata con quella del pesce rosso… (nota: si dice che la memoria di un pesce rosso non superi i 7 secondi). Io mi ricordo bene il risultato dei suoi Stati Generali di Villa Pamphili…il NIENTE assoluto! Per i trinariciuti no…Villa Pamphili? Stati Generali? Va tutto bene; è tutto sotto controllo!

Si accumulano disastri impensabili uno dopo l’altro ma nulla scalfisce la loro fede assoluta…il consenso aumenta e Tarocco Casalino gode all’idea di quante nuove conferenze a reti unificate potrà ancora organizzare. Nel contempo l’organo di stampa del regime, ovvero Il Fatto Quotidiano di Travaglio, dispensa insulti e minacce a chiunque cerchi di contestare il ciarlatano in pochette. Il gran ciarlatano identificato e descritto come uno statista illuminato, quasi visionario: si fanno di roba forte ti Trinariciuti del Fatto!

Gli fa eco l’altra grande strombazzatrice delle virtù del ConteCasalino della Supercazzola: LilliBotox Gruber!
E i Trinariciuti attenti non solo ad ascoltarla (chiunque abbia un minimo di cervello ne coglierebbe la cieca faziosità…) ma addirittura a crederle…e anche qui ce ne vuole!
Ma…”obbedienza cieca, pronta e assoluta!”.

Ultimo passaggio: Renzi si sfila da questo governo di cialtroni per manifesta insufficienza nella stesura del Recovery Plan… redatto alla “va là che vai bene”…
Pur di salvare culi e poltrone il Gran Ciarlatano ConteCasalino, supportato dal suo agitprop Travaglio, inizia la caccia ai voti di supporto di Responsabili/Costruttori/Volenterosi… ovvero voltagabbana mercenari pronti a tutto. Il Trinariciuto che fa? Si indigna? Grida allo scandalo? NO! Plaude alla necessaria e doverosa ricerca di qualsiasi infame puntello a questo governo perché “il paese vuole bene a Conte”… Obbedienza cieca, pronta ed assoluta!

trinariciuti 3

Tamponi, Tracciamento, Trasporti, tre T tutte quante andate a puttane ma…”obbedienza cieca, pronta e assoluta!

Arrivano i banchi a rotelle…nulla! Autostrade…a posto; cacciati i Benetton… salvo che non ci sia la soluzione ancora oggi! Quando poi si cerca di lanciare flash che aprano gli occhi davanti a tanta cialtroneria la risposta automatica del novello Trinariciuto è sempre la stessa, ovviamente imbeccata ad arte dai loro programmatori: ” figuriamoci se ci fossero stati Salvini e la Meloni!“. 😀 😀 😀

Ora si parte, o almeno si dovrebbe, con il piano dei tanto attesi e agognati vaccini: piano che il Gran Ciarlatano Conte ha affidato al suo compare Arcuri; una assoluta garanzia in termini di certezza di disastro!

Ma l’obbedienza cieca, pronta e assoluta vale anche in questo caso al punto di scordare anche le basi più elementari dell’aritmetica.

Arcuri, piuttosto che l’infausto Speranza, proclamano obiettivi di decine di milioni di italiani vaccinati nel giro di tot mesi… Peccato che, ammettendo addirittura una capacità (oggi puramente teorica…) di somministrazione al 100% dei vaccini disponibili, se uno fa un semplice calcolo basato sulle dosi in arrivo previsto per settimana il numero di italiani vaccinabile si dimezza e ci si accorge che dopo un anno si potrebbe arrivare al massimo a vaccinare non oltre il 40% della popolazione; ad andar bene!

La matematica non è un’opinione…ma forse per i nuovi Trinariciuti vede aree di adattabilità: forse esiste un “fattore Conte“, una sorta di pi greca, che permette di moltiplicare i risultati. Oppure siamo di fronte a numeri percepiti; ovvero si posso vaccinare in anno non oltre 20 milioni di soggetti ma i fans delle Supercazzole ne percepisco oltre 60… Da qui il famoso Pi Greco ConteCasalino !

A loro va bene così: magari si sveglieranno, come quelli di certi film ipnotizzati o programmati per agire, il giorno in cui Valeri Drombrovskis si sveglierà dal letargo, impostogli oggi, per ordinare, seduta stante, che l’Italia sistemi le centinaia di ulteriori miliardi di debito fatto dal governo della Supercazzola.
E allora saranno cazzi molto ma molto amari…

Obbedienza cieca, pronta e assoluta…. ma provate a prendere oggi una calcolatrice e magari…
Anzi…forti della vostra “obbedienza”…vedete di andarvene tutti quanti a… 😉


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Resilienza non è fuffa !

La quotidiana demagogia creatasi all’intorno della pandemia (made in China !) mi ha portato, purtroppo, ad odiare una parola bella e importante: resilienza!

resiliènza s. f. [der. di resiliente]. – 1. Nella tecnologia dei materiali, la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto: prova di r.; valore di r., il cui inverso è l’indice di fragilità. 2. Nella tecnologia dei filati e dei tessuti, l’attitudine di questi a riprendere, dopo una deformazione, l’aspetto originale. 3. In psicologia, la capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà, ecc.

Resilienza 2

Parola forte, piena di significato, “massiccia”, in linguaggio militaresco, che va però coniugata con criterio, volontà e determinazione !

Oggi invece ci è stata propinata in modo inflattivo dal governo delle Supercazzole (il ConteCasalino…) che l’ha assunta a leit-motiv del proprio “piano” definito appunto, pomposamente (come tipico dell’arrogante premier), “Piano di Ripresa e Resilienza“.

Resilienza

Minchia! Peccato che una cosa sia un piano! Un’altra un libro dei sogni; e qui siamo, decisamente, su questa versione…e non a caso a livello europeo si stanno stancando di dilazioni e vagheggiamenti continui.

Un piano che voglia portare Ripresa e Resilienza deve essere sviluppato ed eseguito, come dicevo prima, con:

  • Criterio : ciò significa visione, competenza, esperienza, saper fare, raziocinio tutte qualità che la compagine governativa, orchestrata solo sull’apparire e creare consensi tramite l’uso dei media, non ha!
  • Volontà : ovvero focalizzazione massima sul raggiungimento degli obiettivi fissati… e l’unica capacità evidente di focalizzarsi con volontà, tipica di questi soggetti, è quella di tenersi le proprie poltrone !
  • Determinazione : non basta redigere i piani; conta poi la loro esecuzione, messa in opera. In questo serve l’esperienza, soprattutto per sapere affrontare difficoltà o impedimenti. Significa sapersi assumere la Responsabilità di portare in fondo le cose ! Cosa molto diversa sul distribuirla a pioggia in una ciclopica struttura di 300 e passa persone, ovvero su un apparato tale da diventare un nuovo porto delle nebbie. Peraltro, viste le premesse dal punto di vista dell’individuazione dei soggetti, riuscireste mai ad immaginare una organizzazione fatta di tanti Arcuri? Valida solo per non raggiungere alcun risultato ma creare solo fumo!

Resilienza Conte-Arcuri

Ripresa e Resilienza sono un imperativo ! Ma ci vogliono persone capaci e determinate, non certo personaggi da Supercazzole quotidiane.

Se non si capisce questo, e purtroppo mi pare che troppa gente non lo capisca proprio, il risultato di mandare definitivamente tutto a fan…tastico è sicuro!
Auguri !!!


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Dotti, medici e sapienti

Ho avuto modo di riascoltare un vecchio brano di Edoardo Bennato: “Dotti, medici e sapienti“, un brano del suo album “Burattino senza fili” del 1977. Sono passati un bel po’ di anni e, confesso, non mi ricordavo tanto bene quel vecchio brano pur possedendo, da qualche parte, il relativo 33 giri.

Sono trasecolato per quanto il pezzo sia attuale oggi. Attualissimo se lo confrontiamo al tragico marasma creato dal maledetto virus cinese che ci ha sconvolto la vita e che ha portato, troppo, alla ribalta una pletora di virologi ed epidemiologi che ogni giorno ci adombrano e ammorbano di presagi, sventure, nuove calamità e continue restrizioni.
Un tetro concerto di Cassandre dove ognuno dice la sua cercando di distinguersi soprattutto nel voler tracciare quadri i più foschi possibile.
Che la situazione sia drammatica lo abbiamo capito ma potremmo anche fare a meno di chi ci dice quotidianamente “siete nella merda fino al collo…ma tra poco la ricreazione finisce e…tutti in ginocchio!“.

Dotti medici

Torniamo al brano di Bennato. Attualissimo se rapportato alla situazione della povera Italia, guidata da un branco di mentecatti e cialtroni, serva, nemmeno suddita, di un’Europa burocratica che pensa solo ai comodi loro…dei krukki, dei francesi, degli olandesi… e che tratta questo povero paese come un appestato con le pezze al culo, grazie anche alla meschina condiscendenza di personaggi, vedasi i PiDioti, che trovano con questo ragione di esistere ancora…

Dotti medici e sapienti

Vale, come nella canzone, il consiglio finale: scappare !!! Ma prima varrebbe la pena prendere alcuni di questi “dotti”, vedasi Ricciardi o qualche altro intelligentone del Comitato Tecnico Scientifico e fargli provare come possa essere, impropriamente, utilizzato un…

Decidete voi cosa: io penserei al classico palo!

URLO


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La buona novella del Ghiro Ciccione

Grazie Ghiro Ciccione, caduto, per il sovrappeso, da un albero in quel di Bologna. Ho deciso di chiamarti Balanzone…fa pure rima con Ghiro Ciccione.

In una litania quotidiana di bollettini di guerra, proclami minacciosi di virologi vari (che manco Cassandra…), nell’interminabile sequela di cattive notizie, alla fine, ne è arrivata, come un raggio di sole, una lieta e divertente; una notizia che vale più di un sorriso, almeno una risata…e c’è tanto bisogno di ridere un momento, di questi tempi.

Questa piccola gioia ce l’hai donata tu, ignaro Balanzone, ghiro alquanto ciccione, che ti sei apprestato al tuo letargo dopo esserti fin troppo pasciuto, al punto di cadere dall’albero dove ti eri appolliato.

Secondo la cronaca non hai fatto né una piega, né un plissé; hai continuato a dormire…appunto come un ghiro. Di quello che sta accadendo in questo mondo degli umani non sai nulla e manco te ne frega però il tuo gesto, inconsapevole, ci ha regalato un briciolo di allegria.

Adesso continuerai il tuo letargo e chissà che quando a Primavera ti sveglierai tu non sappia portarci anche un’altra lieta novella; magari della definitiva sconfitta di questo maledetto virus cinese.

Buona continuazione di letargo Balanzone, Ghiro Ciccione !

https://www.corriere.it/animali/20_novembre_21/ghiro-cade-dall-albero-il-troppo-peso-salvato-un-passante-5c95596c-2c1b-11eb-b3be-93c88ba49aa1.shtml


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Un dì andai soldato…le Comiche !

Seguito della pagina precedente, ovvero https://lascrivaniaobliqua.wordpress.com/2020/04/18/un-di-andai-soldato/ , ma stavolta l’intenzione è quella di raccontare le situazioni più comiche vissute. Leva - Artical

Vero, perché tra fiumi di noia, quasi sempre, picchi di adrenalina (lo sparare al poligono e le guardie armate), momenti di tragedia (la bomba alla Stazione di Bologna), qualche frammento di autentica comicità c’è scappato: pescando dal cilindro della memoria vi racconto i tre migliori.

  • La mimetizzazione camaleontica

Giornata di esercitazione del mio Reparto dalle parte dei Lidi Ferraresi. Le procedure impongono che prima di schierarsi ci debba essere una ricognizione per decidere dove piazzare il radar e poi le batterie contraeree.

Essendo io radarista, o meglio presunto tale, faccio quindi parte del Nucleo di Ricognizione che parte in avanscoperta. Si fanno le varie attività necessarie; si prendono le decisioni conseguenti e, infine, si comunicano le informazioni al resto del Reparto e…si attende.

Svolti i miei compiti, in attesa che arrivi l’autocolonna, mi metto comodo, seduto sulla riva di un argine con il mio fucile di traverso sulle gambe. Il mio Capitano, rompipalle di grande caratura, si avvicina e, arricciandosi uno dei baffoni, mi apostrofa:”Negroni, assuma un atteggiamento più tattico”.

Vabbè, lo confesso, ero un po’ svaccato. Allora mi distendo lungo il pendio dell’argine puntando il fucile e, con fare provocatorio, rispondo:”così va meglio?”. Lui, cagacazzi titanico, di rimando:”peccato lei non sia mimetizzato”.

Provochi? Non sai con chi hai a che fare… e allora parto come una furia scopo rapida mimetizzazione. Disbosco cespugli, rami, strappo erba, e assemblo tutto utilizzando al meglio la retina sopra l’elmetto.

Leva - MimesiL’elmetto ormai non esisteva più: al suo posto uno strano incrocio botanico di dimensioni imbarazzanti; alto sui 60-70 cm e largo quasi un metro.

A quel punto riprendo posizione e con sarcasmo mi rivolgo al Capitano:”Signor Capitano, penso che meglio di così non si possa”. Lui scuote il capoccione ma è chiaro che stavolta ho più che pareggiato e risolto la contesa.

Ma il buffo viene ora.

Arriva l’autocolonna e, quando nei pressi, la procedura prevede che noi si debba sbucare dai nostri posti per guidarla nei vari punti designati.

Sulla Campagnola di testa l’autista è tutto concentrato nello scrutare l’argine e quando quel grosso cespuglio, che vedeva alla sua destra, salta in piedi si spaventa un attimo e sbanda fermandosi per un soffio dal finire giù dall’argine.

Quel cespuglio era il Caporal Maggiore Negroni…

  • La prova dell’Autoparco

Fine Marzo 1981; ormai conto meno di tre settimane al mio congedo e mi capita tra capo e collo un’esperienza quasi fantozziana: la prova dell’Autoparco.

Si tratta di una prova di verifica delle condizioni dell’intero parco automezzi del Reggimento: Campagnole, furgoni, camion, piccoli e grandi. Ogni veicolo a motore deve essere collaudato su un percorso impegnativo dalla Caserma a Bologna (vicino a San Lazzaro di Savena) fino al mitico Passo della Futa, dove passava la Mille Miglia.

Detta così sembra una gita fuori porta ma bisogna tenere conto delle effettive condizioni di detto autoparco: il numero dei mezzi realmente funzionante non superava il 65-70 % e, anche tra quelli, molti andavano a singhiozzo.

Vengono formati gli equipaggi; per ogni mezzo un autista e un ufficiale/sottufficiale/graduato come “capomacchina”.

Leva - CP70Vengo assegnato a un CP70 (Camion Pesante del 1970) con un ragazzo, come autista, che, quantomeno sembra saper guidare e abbastanza bene.

Bologna – Passo della Futa e ritorno… si parte tutti incolonnati alle 5.30 del mattino, con una scorta nutritissima di Carabinieri motociclisti. Lungo il tracciato sono già stati prima schierati dei “movieri”, ovvero dei soldati con lo scopo di segnalare il percorso.

I poveretti prescelti avevano lasciato la caserma verso le 4.30…

Si parte…o almeno si dovrebbe visto che circa una quindicina di mezzi si piantano subito nei primi due chilometri.

Il nostro CP70 sembra funzionare e cammina. La colonna procede a passo di lumaca e quando cominciamo a trovare un po’ di traffico civile iniziamo la raccolta delle imprecazioni, sacrosante, di chi, dovendo andare al lavoro, incoccia questa assurdo biscione di oltre due chilometri, arrancante e sbuffante verso il Passo della Futa.

I poveri Carabinieri motociclisti al seguito si danno un gran daffare per minimizzare il disagio provocato e tenere assieme i pezzi di un serpentone che si sfilaccia e si decompone.

Quando dopo un paio d’ore iniziamo a salire superiamo tanti che, collocati prima di noi, non ce l’hanno fatta. Dovranno attendere i camion gru di soccorso; chissà quando mai faranno ritorno.

Alla fine il mitico Passo della Futa: ci siamo arrivati ! In realtà contiamo nemmeno il 40% dell’autoparco: i migliori !

Piccolo discorsetto, di rito, del Colonnello, veloce spuntino a pane e mortadella (quella militare…di ignota produzione e provenienza) e vai col ritorno.

Alla ripartenza, sul Passo della Futa, un paio di grossi camion esalano l’ultimo sussulto meccanico: narrano le cronache che i loro equipaggi siano stati recuperati a notte fonda…o forse mai.

Col nostro CP70 siamo quasi arrivati; l’ultima rotonda a San Lazzaro di Savena; tra un chilometro e mezzo la caserma. E nella rotonda il cambio fà “crac” e si pianta tutto. Fine dei giochi.

Però ci va di lusso; dall’altra parte passa un camion gru appena partito. Lo fermiamo al volo e dopo solo 30 minuti siamo già in caserma.

Sono ormai le 15…ma siamo andati fino al Passo della Futa e “quasi” tornati.

  • Sono arrivati i russi

Anche qui sono ormai agli sgoccioli del mio servizio; manca poco, pochissimo.

Vengo coinvolto in una Ricognizione Esplorativa; con un piccolo manipolo (un Sottotenente, io e un paio di altri commilitoni) dobbiamo definire la ipotetica collocazione del Reparto a difesa contraerea dell’aeroporto di Bologna. Il luogo indicato è ubicato presso una grande Cascina nelle vicinanze.

Iniziamo subito stile Le Comiche: il Sottotenente, un ragazzetto un po’ pirla, incurante della raccomandazione che gli avevo dato, ricordandogli che dovevamo fare una simulazione e nulla era reale, si presenta alla proprietaria della Cascina dicendo che dovevamo collocare delle batterie di cannoni nei suoi terreni. La signora trasecola e intervengo io smussando il tutto ribadendo il fatto della simulazione:”signora dobbiamo fare solo finta di…Stia tranquilla”.

Dopo questo inizio imbarazzante catechizzo il collega che deve restare col farneticante tenentino pirletta che aveva già iniziato a parlare di “posti di raccolta feriti”; il compito era rincuorare la signora, ormai in stato ansiogeno spinto, sottolineando come fosse tutto per finta.

Nel frattempo, con l’altro commilitone, mi allontano per trovare un punto ideale per l’ipotetica collocazione del radar e fare dei rilievi. Identifichiamo il centro di un grande campo arato da poco.

Siamo intenti nei vari rilievi e diagrammi da fare quando mi sento strattonare un pantalone della mimetica. Guardo e vedo un bimbetto, piccolo, piccolo, bruttino, età indefinibile, che mi osserva dal basso in alto domandandomi:”signore…ma voi di che Esercito siete?”.

E fu lì che mi venne la folgorazione; il lampo di genio, il guizzo, la luce…
Con un accento palesemente artefatto alla Popoff, rispondo:” siamo russi! ma non dirlo a nessuno!”.

Il bimbetto si trasforma in Speedy Gonzales e con uno scatto bruciante fugge via, terrorizzato, gridando:” Mamma, mamma, sono arrivati i russi !”.

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Un dì andai soldato…e di anni ne son passati tanti…


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un dì andai soldato…

Sono passati quarant’anni da quel giorno, il 15 Aprile 1980, quando partii per il mio servizio militare: la naia!

Ebbene si: l’ho fatto il servizio militare! Alla faccia di tutti i vari imboscati/raccomandati che l’hanno sfangato. L’ho fatto; eccome se l’ho fatto! Perché mi sono fatto un mazzo tanto e se avrete la pazienza di leggermi capirete il perché.

Non voglio però tediarvi con la cronaca di quell’anno; mi limiterò solo a raccontarvi un po’ di situazioni ed esperienze vissute. Posso solo dire che, contrariamente a come la pensavo tanti anni fa, ovvero essere certo di avere buttato nel cesso un anno di vita, il tempo mi ha dato modo di ricredermi, classificando quella come un’esperienza di vita importante, utile a toccare con mano realtà a me sconosciute.

Se ne avete voglia, comincio a raccontare.

  • Il Viaggio

Partii da casa, nel mio ultimo giorno da civile, con la mia valigia, per un viaggio in treno destinazione Ascoli Piceno, sede del Centro Addestramento Reclute (CAR) assegnatomi: il 235° Battaglione (Bgt.) Fanteria “Piceno”. Ma, premetto, io non ero un fante; da subito, infatti, la mia assegnazione parlava di “Artiglieria Contraerea dell’Esercito” (ArtiCAL).

Fu un viaggio a tappe; prima fino a Fidenza, accompagnato in macchina dai miei. Poi fino a Bologna; da qui fino a San Benedetto del Tronto e poi Ascoli. Si scrive Ascoli ma si pronuncia Asccccùli; fu un bell’impatto con quella parlata locale così piena di “sccc, sccc”… In verità il primo vero impatto da basso padano, uscito dalla sua tana, fu gastronomico.

Alla stazione di San Benedetto del Tronto, in attesa del treno per Ascoli, decisi di mangiare un panino. Mi attirò un bel paninazzo con la coppa e così lo ordinai:”un panino con la coppa”. “Coppa ???” mi venne risposto. Allora, a fugare ogni dubbio, additai l’oggetto del desiderio. “Ah…un panino col capocollo!”. Capocollo??? Chi mai aveva sentito parlare di capocollo; quella roba a casa mia era coppa! Dentro di me una vocetta cominciò a dire “andiamo bene…”; ma come Amatore Sciesa mi imposi il “tirém innanz”…

Arrivato infine alla meta, bastarono solo due giorni per avere risposta all’amletico dubbio col quale ero partito da casa: perché finire in un reparto di fanteria quando sulla cartolina mi si assegnava alla Contraerea? Semplice! Marciare, marciare, marciare; tutto il giorno, tutti i giorni… Marciare, avanti, indietro, destra, sinistra. Presentat’arm ! Pied’arm ! Attenti ! Riposo ! Passo ! Cadenza !Leva - 235 Piceno

Tutto quanto finalizzato al non fare una figura di merda al successivo Giuramento, evitando ridicole ammucchiate o penose ritmiche. Esiste infatti una ritmica particolare quando un reparto di un centinaio di ragazzotti marcia o si deve schierare. Ad esempio; il passo non cadenzato e il conseguente “tump, tump, tump” da marmaglia; oppure, al comando “baionetta”, il clic-clac sfalsato di un centinaio di baionette. E’ proprio inascoltabile. Lo stesso col comando “pied’arm”; sentire un centinaio di calci di fucile che toccano il suolo con un trac-trac-trac-trac- infinito è ben diverso da un unico, ben scandito TRAC ! Così, per giorni e giorni, si marcia e si impara il concetto di “massiccio“; meglio ancora di “massiccio ed incazzato“. Insomma, tutta una teoria contro la quale chi scrive, allora fresco neolaureato in Ingegneria Elettronica, andò a sbattere mica poco…

 

  • Lo Zappatore

Dopo le quattro settimane di CAR, fatto il Giuramento, ci fu l’assegnazione ai reparti definitivi; anche in questo caso, però, mi ritrovai in una situazione particolare. La mia prima destinazione, prima di quella definitiva, fu la Scuola di Artiglieria Contraerea (SACA) con sede a Sabaudia per un corso di specializzazione su un radar.

Altro viaggio ma, quantomeno, due elementi di interesse; era metà Maggio, cominciava il caldo; Sabaudia era sul mare… L’idea poi di frequentare un corso di specializzazione non era poi male; chissà…si poteva imparare qualcosa. Non andò effettivamente così.

Anzitutto l’ambiente era…peculiare. Ogni mattina, ad ogni adunata, sembrava che ci si dovesse preparare ad un colpo di stato; diciamo che tutti erano molto massicci e molto, molto incazzati! La disciplina era ferrea; ad esempio, nei cortili interni non si poteva mai camminare. Bisognava sempre, pena punizioni, andare di corsa e inquadrati; anche per andare a fare la doccia. Anche quando si attraversavano i cortili da solo dovevi essere di corsa e con passo cadenzato.

Non bastasse, ma se al CAR ci avevano fatto sparare il minimo sindacale qui ci fecero fare i recuperi, con gli interessi. L’arma allora in dotazione era il Garand, un fucile più che vecchiotto usato dagli americani nella guerra di Corea.Leva - Garand La sua “peculiare” caratteristica era, avendo una portata di tiro pazzesca, quella di avere una molla dell’asta di armamento di una durezza spaventosa; tirare l’asta di armamento per caricare il fucile era uno sforzo non da poco. Soprattutto da farsi con la massima attenzione perché nel caso non si fosse riusciti a trattenere l’asta, per la pressione della molla, questa partiva alla velocità della luce richiudendosi mentre si stava sistemando col pollice il caricatore in sede. Il risultato era l’amputazione, quasi sicura, di una falange del pollice! Questo significava che ogni caricamento era un’operazione che procurava qualche apprensione. Alla SACA decisero che, avendo noi sparato troppo poco al CAR, bisognava recuperare. Così uno dei primi giorni ci portarono al Poligono; lo chiamavano “pantani d’inferno” ricordando ancora il periodo delle bonifiche dell’agro pontino che diedero vita a Sabaudia stessa.

Lì iniziarono i fuochi d’artificio; per prima cosa il fucile Garand col quale sparai cinque, diconsi cinque, caricatori completi. Questo implicò il supplizio di cinque fasi di caricamento e relativi scongiuri. Per non parlare poi del calore emanato da un fucile che dopo una ventina di spari si arroventa… Ma non era finita.

Si passò al FAL, la carabina a tiro rapido, sparando a colpo singolo piuttosto che a raffica e facendo fuori un paio di caricatori. Ma erano ancora le prime portate…

Leva - MGVenne il turno della tremenda MG, una mitragliatrice con la quale mi cimentai in una ben riuscita, eufemismo, raffica che, partendo dalle sagome bersaglio, risalì l’intero terrapieno di sabbia per poi perdersi verso il mare, col Sottotenente, sdraiato di fianco a me che mi gridava “spara più in basso, più in basso, cazzo!”. Poi fu il turno dei secondi piatti; le bombe a mano. Non quelle da esercitazione, simili a petardi, del CAR; no! Bombe a mano vere che ti facevano tremare la terra sotto i piedi e producevano buche spaventose. Cercando di tirare la seconda il più possibile distante finii col tirarla altissima in una sorta di campanile. Il risultato fu che scoppiò molto vicino, troppo vicino, e sul sottoscritto, buttatosi a terra, scaraventò una bella carriolata di terra…  E alla fine il dessert: il bazooka. Di quello però non ricordo praticamente nulla salvo la pacca sulla spalla che era il segnale per sparare; tanto fumo e altrettanto rumore; ma ero ormai totalmente rincoglionito da tutta quella sarabanda che non capivo più nulla.

Il giorno successivo iniziava il corso radarista. Ci portarono, a passo di corsa, in aula e li ci dissero che, contrordine, dovendo realizzare il prato per il museo dell’Artiglieria Contraerea il nostro corso aveva una destinazione diversa: i pantani d’inferno, per dissodare zolle di prato da portare con i camion in caserma e utilizzarle per la realizzazione del prato. Lo zappatore!  Per oltre tre settimane, ogni giorno, sotto un sole cocente, almeno nove ore ai “pantani d’inferno” a zappare e zappare.

Quando, alla fine, mi concessero, prima di raggiungere il reparto definitivo, una licenza di cinque giorni, tornato a casa, per la prima volta, ero un po’ stravolto: otto chili di meno, un’abbronzatura da muratore pazzesca (non ci fu mai concesso di toglierci la maglietta zappando) ma due braccia muscolose come mai.

Leva - SACA

Contro l’ala nemica addestro e tempro

D’altronde il motto della SACA era, ed è:”Contro l’ala nemica addestro e tempro“.

Beh, nel mio caso non ha addestrato una cippa ma, in compenso, mi temprò i muscoli in modo importante. Massiccio ed incazzato!

 

  • Il Reparto

Leva - Artical

La Fede è scintilla del mio fuoco

Finalmente la destinazione finale è raggiunta! A Bologna, presso il 121° Reggimento (Rgt.) ArtiCAL, I° Gruppo, II^ Batteria, incarico 121G, ovvero addetto al Radar AN TPS.

Leva - VialiAnzitutto la collocazione,  da subito, sembrò, come indirizzo, bizzarra: Caserma Cap.Maggiore Corrado Viali, via Due Madonne, Bologna.

Due Madonne??? Ma mi avevano sempre insegnato al Catechismo che ce n’è una di Madonna. Ebbene si; a Bologna, città di mattacchioni, esiste, quasi al confine con San Lazzaro di Savena, una lunga via che si chiama Due Madonne. Mah…forse melius abundare?

In quel posto ci dovevo stare, e ci stetti, ben dieci mesi; era quindi necessario acclimatarsi, salvo il dare di matto molto presto.

Di certo l’impatto non fu banale. Il reparto non costituiva la créme dell’esercito italiano; diciamo che la popolazione era molto assortita, con un livello di scolarizzazione che definire basso era ottimistico. Un coacervo di gente di varia provenienza, quasi tutti meridionali, suddivisi per etnie; nella mia batteria c’erano le camerate dei napoletani, una sorta di piccola Gomorra, e quelle dei calabresi, con una di queste territorio di vera N’drangheta. Insomma un bel po’ di tipini fini con i quali mai mi era capitato di imbattermi nella mia vita e anche questa fu tutta esperienza. Nel mucchio riuscivi però a cogliere le individualità e ce n’erano. Personaggi dal grande estro e fantasia, oppure dalla meticolosità incredibile; altri dotati di una empatica leggerezza nell’affrontare il quotidiano, sapendo trovare sempre spazio per una battuta, una risata, una frecciatina. Poi alcuni di una ingenuità incredibile, tali da sembrare usciti da una novella del Verga, come l’indimenticabile ragazzo calabrese di professione mugnaio, nero che più nero non si può; quello che ad ogni libera uscita, si riempiva di lacca perché, secondo lui, le ragazze bolognesi amavano il pelo liscio. Peccato che la lacca non se la spruzzasse solo in testa ma pure sui peli delle braccia, pettinandoli con attenzione…

Gente semplice ma buona d’animo. Meglio invece sorvolare su quelli da Gomorra o N’drangheta; posso solo dire che gli piaceva giocare a pallone con un elmetto quando gli altri, di notte, cercavano di dormire.

Il mio comandante, un Capitano baffutissimo e arcigno, mi destinò all’ufficio di Fureria, quello sul quale gravita la gestione della Batteria. Solitamente la figura del Furiere è quella di un mezzo imboscato che fa attività d’ufficio mentre gli altri svolgono i vari servizi necessari. Non era, purtroppo, il caso della II^ Batteria.

Secondo il nostro, paraculissimo, Capitano, il Furiere doveva assolvere tutto quanto necessario alla gestione di una Batteria di 160 persone circa, coordinandone tutte le attività; allo stesso tempo, non era però dispensato dai servizi, fatte salve le attività di servizio in cucina/mensa e la “ramazza reggimentale”. Restavano quindi tutti i servizi di guardia e gli eventuali turni di sorveglianza in polveriera; robetta non da poco visto che il lavoro che ci scaricava addosso andava ben oltre le classiche otto ore.

Capitava quindi di montare di guardia per un giorno intero e poi tornarsene in ufficio e fare le ore beate per evadere quanto rimasto indietro, inevaso. Insomma, il caro, baffutissimo, Capitano, fece a noi poveri Furieri un paiolo tanto.

L’unico vantaggio di quell’ufficio era, a costo di restarci anche la notte, il fatto di essere tutto nostro e questo ci dava modo, terminate le attività, di trasformarlo in una sorta di Circolo privato aperto solo a pochi eletti; praticamente lo sparuto gruppo di persone, fra commilitoni e Sottotenenti (erano di leva anche loro e, salvo un caso, erano tutti ragazzini) con cui si era fatta amicizia. In realtà non con tutti i Sottotenenti, perché un paio erano veramente degli insopportabili coglionazzi e ad ogni loro ingresso in Fureria venivano da noi cacciati in malo modo, piuttosto che intortati con qualche scherzetto.

Al contrario era bello invece trascorrere del tempo ascoltando, ad esempio le chiacchiere di Lello, il Sottotenente belloccio, che raccontava le sue avventure da sciupafemmine, piuttosto che creparsi dal ridere quando un altro faceva dei cazziatoni micidiali a qualcuno apostrafondolo con “ma che? ma tu c’hai la neve nel cervello!!!”.

Dieci mesi nei quali si sono avvicendati fatti belli (compatibilmente col luogo) e meno belli, se non addirittura tragici. Uno su tutti, purtroppo: la bomba alla Stazione di Bologna… La prima volta nella mia vita nella quale mi trovai a versare lacrime per persone sconosciute. Per non parlare degli svariati allarmi Brigate Rosse (che allora si dilettavano ad assaltare le armerie delle caserme); e spesso ci capitava di dover allestire un presidio armato davanti all’armeria, contigua al nostro ufficio.

Poi venne il terremoto in Irpinia, con tanti dei commilitoni che erano di quelle parti.

Ma c’erano anche le cose amene o almeno ridicole: ad esempio quella del calabrese, vero avanzo di galera, al quale ogni due mesi arrivava un GMF. Si trattava di una comunicazione di Gravi Motivi Famigliari per i quali si otteneva una licenza di dieci giorni; nel suo caso era sempre una nonna a morire. Certo…alla terza nonna la cosa cominciò a farsi strana; alla quarta nonna poi, non ne parliamo. Fu allora nostra cura, mia e del collega, riversare sul manigoldo, ad ogni suo rientro, una quantità di servizi mai vista prima; la cosa non lo rendeva di ottimo umore, e più volte minacciò di farci la pelle. Però riuscimmo sempre a farla franca e fargli fare sistematicamente un grandissimo culo!

 

  • Il Radar

Beh, stavo dimenticando l’oggetto che avrebbe dovuto essere il mio strumento di lavoro ma del quale non sapevo nulla. Al reparto, quantomeno, ne feci la conoscenza, istruito dal Sergente Maggiore radarista che mi spiegò tutto, o almeno quasi, intervallando ogni sua lezione con raffiche di “sùca”; era un siculo simpatico e mattacchione.

Dicevo che mi spiegò quasi tutto; tranne una cosa… Il freno della grande antenna rotante.Leva - Radar ANTPS

Venne il giorno nel quale, usciti per una esercitazione (si faceva più o meno finta di sparare ad un aereo da caccia, che si prestava a prendersi gioco di noi), Mic, così lo chiamavo, mi disse che avrei montato io l’antenna. Si trattava di salire sul tetto del carro rimorchio e cominciare a montare, pannello per pannello, la grande antenna rotante. Per le parti più esterne si doveva fare l’acrobata sporgendosi nel vuoto e restando in equilibrio sulla parte di antenna già montata. Peccato che non diedi il freno… Il risultato fu che l’antenna iniziò a ruotare, con me attaccato tipo scimmietta e il Mic a gridarmi una sequela infinita di “minchia” e di “sùca”. Feci un paio di giri di giostra fino a che salì lui sul tetto e diede il freno. Mica me lo aveva detto che esisteva un freno…

Sul funzionamento dell’apparato, meglio stendere un pietoso velo… Era in linea con la performance generale del reparto; poco sopra lo zero.

Avremmo dovuto agganciare sullo schermo l’aereo attaccante a circa dieci km di distanza; se lo prendevamo a tre andava di lusso. Ricordo che un giorno, addirittura, uscii dallo sportello chiedendo al Tenente della Sezione Comando posta nei pressi:” ma quando cacchio passa ‘sto aereo?”.

Fui letteralmente scaraventato a terra dal frastuono di un caccia F104 che passò sopra le nostre teste a poco più di 80 metri da terra…

 

  • La carriera

Ebbene si, feci pure carriera in quei dieci mesi. Il mio incarico già prevedeva la possibilità di diventare Graduato ma dovevi essere sempre ottenere una valutazione positiva sul tuo operato. Divenni quindi Caporale e, dopo poco, Caporal Maggiore per congedarmi addirittura col grado di Sergente. Come Sergente feci anche tutta la mia ultima settimana; ti facevano fare solo pochissimi giorni per non doverti pagare di più.

Come Caporal Maggiore, essendo uno dei più alti di tutta la Caserma, ebbi anche il privilegio di comandare un Picchetto d’Onore per un Generale a tre stelle che venne in visita. Era un picchetto di una dozzina di Artiglieri, i più alti e prestanti della Caserma; ci fecero fare almeno una giornata intera di prove, fino quasi a farmi perdere la voce dovendo sempre urlare i comandi. Alla fine ne venne fuori un picchetto con i fiocchi.

Quando gridai il “baionetta”, prima del “presentat’arm”, si sentì un unico “clac”, all’unisono; quando, poi, dopo il saluto, diedi il “pied’arm”, i calci dei fucili toccarono l’asfalto con un unico, scanditissimo, “trac”. E ci furono pure i complimenti del Generale!

Massicci ed incazzati!

 

Ci sarebbe ancora tanto da raccontare ma meglio chiuderla qui: farò solo una pagina aggiuntiva nella quale racconterò alcune delle situazioni Top, le più esilaranti, che mi capitarono quando…un dì andai soldato.occhiolino

 

 


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Andare in banca…a Fukushima

Cronaca di un giorno diverso in questa pazzesca emergenza da virus cinese.

Sarebbe stata una cosa normale, ma in questa situazione non lo è: dover andare in banca. In questo caso, addirittura, previo appuntamento.

Motivo? Per la serie che quando piove merda lo fa in abbondanza, due giorni fa un aggeggino che generava i codici di accesso al mio online banking ha smesso di funzionare. Nei suoi cinque anni di vita ha, ovviamente, deciso di farlo proprio in questa condizione da “tappati in casa”.

Contattata la banca mi viene detto, fissato il necessario appuntamento, di presentarmi stamattina alle 11 presso la mia filiale, in pieno centro a Pavia.

A quel punto tocchi con mano come la normalità, ante virus cinese, diventi straordinarietà nell’emergenza.

Andare in centro…auto…autocertificazione (l’ultima versione in attesa della successiva…)…tragitto a piedi…banca.

Tutto quanto diventa difficile perché ti devi preparare: guanti, mascherina…stato d’animo…tensione.

Cristo…ma non è che mi hanno trasferito la banca in centro a Fukushima? No…ma lo spirito è quello.Fukushima

Arrivi, parcheggi, ti incammini a piedi in questo centro surreale dove tutto è uguale ma tutto è diverso.

Gente pochissima e per ogni cristiano che vedi gli sguardi, reciproci, sono sul dove passi tu e dove passo io in modo da tenersi il più distante possibile.

Ma, soprattutto, il silenzio, irreale, totalizzante, quasi opprimente…

Potrebbe avere anche un fascino ma non riesci a coglierlo; non puoi coglierlo perché ormai l’ansia, l’angoscia la fanno da padrone.

Passerà, spero al più presto possibile; passerà questa merda impestataci dai cinesi.

Come ci troveremo non sarà bello; per niente.

Di certo qualcosa dentro sarà cambiato; molto cambiato.faccia_triste

 


1 Commento

Agenzie di Rating, CREPATE !!!

Siamo, grazie ai cinesi (ricordarselo SEMPRE !!!), in piena pandemia di fronte a una emergenza catastrofica come danno umano, sociale ed economico.

In questa situazione le agenzie di rating continua a emettere le loro sentenze: è di oggi l’ultimo rapporto emesso dai corvi di Moody’s, ovviamente sempre volto a buttare merda addosso a chi è messo male e salvaguardare gli speculatori.

https://www.corriere.it/economia/aziende/20_marzo_26/moody-s-effetto-coronavirus-le-banche-italiane-possibili-downgrade-90ba18ee-6f52-11ea-b81d-2856ba22fce7.shtml

Sarebbe opportuno che questi delinquenti (perché nella realtà dei fatti tali sono…) di Moody’s, Standard & Poors, Fitch venissero silenziati in questa situazione emergenziale dove le vere esigenze e priorità sono due:

  1. uscire al più presto da questa peste cinese
  2. riuscire a ripristinare e rilanciare un corretto equilibrio sociale ed economico.

In tutto questo avere avvoltoi, come loro, che prevedono e segnalano i prossimi cadaveri non serve, anzi…!

A questi soggetti dovrebbe essere messa, con le buone o, meglio ancora, con le cattive (io qualche idea al proposito ce l’ho da tempo) una sordina tombale.

E non a caso ho usato l’aggettivo “tombale” !emoticon incazzato

 

 


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Organizzazione Mondiale dell’Inutilità…

Giorni bui; giorni drammatici. Un’emergenza spaventosa che potrebbe sfociare in catastrofe, umana ed economica, soprattutto per il nostro povero Paese, ridotto con le pezze al culo e senza alcun supporto da parte dell’inutile Europa.

oms (1)Ma tra le cronache quotidiane di questa guerra il titolo di autentico campione dell’inutilità spetta all’Organizzazione Mondiale della Sanità !

Premessa: parliamo di un’organizzazione ONU e già questo basta a dirla tutta sulla assoluta nullità. Ve ne avevo già parlato a proposito di UNESCO ( https://lascrivaniaobliqua.wordpress.com/2017/12/07/patrimonio-unesco/ ).

Avrete anche voi imparato a vedere spesso in tv la faccia di questo tipo, il presidente dell’OMS.OMS

Bene: allo scoppio dell’infezione del maledetto virus, in Cina, questi hanno impiegato circa diverse settimane a definire se si trattasse di una epidemia locale o di una vasta epidemia…

Con l’allargamento drammatico dell’infezione sono passati a sfogliare il loro dizionarietto da burocrati e ora dicono che “non si tratta ancora di pandemia…” ma che “il rischio pandemia è elevato”…

Cari burocrati OMS; voi, i vostri colleghi UNESCO, UNICEF, WFP, ONU vedete un po’ di andare a dar via il culo…definitivamente !!!emoticon incazzato

P.S.: bene ha fatto Trump, nei giorni scorsi, a tagliare i fondi ai cialtroni OMS. E’ ormai palese (a chi non ha una visione cattocomunista delle cose…) la totale sudditanza OMS nei confronti della Cina; quasi una collusione, al punto che lo stesso OMS non ha per tempo lanciato un adeguato allarme per il maledetto virus cinese.


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L’aijo e il coniijo in subbuijo…

glio 1Sono venute a mancare le desinenze “gli”, “glio”, “glia”, “glie” della lingua italiana.

Ne denunciano, e piangono, la scomparsa gli, ormai pochi, custodi di un italiano correttamente parlato e scritto; gruppo, ahinoi, sempre più sparuto ma non per questo meno combattivo.

I motivi di tanta disgraziata perdita sono da ricercarsi nella crescente “coattizzazione” ed ignoranza lessicale ed espressiva. In troppi non parlano più un italiano vero ma un miserevole e scarno sottoinsieme dal quale sono bandite, o meglio ignorate perché non conosciute, vocaboli, regole e sintassi.

glio 5Ecco quindi che il  coniglio diventa “conijo”… il subbuglio “subbuijo”…la bottiglia “bottija”… e così via nella miserabile dizione del celebro-latitante italiota medio, che si alimenta di chat, socials, selfie, influencers, e calcio…

 

Se non ci avete ancora fatto caso ed amate il vero italico verbo, prestate attenzione: quando vi capitasse di vedere qualunque trasmissione televisiva con concorrenti o soliti, inutili e stucchevoli, dibattiti e contraddittori, drizzate le antenne alla ricerca di un “glio”, “glia”, “glie“…

Non ne troverete più! Al loro posto solo le terribili sconcezze prima riportate; il trionfo del burino, la conferma di un’ignoranza devastante e inarrestabile.

Già ! Perché è lecito chiedersi se questa perniciosa tendenza sia ribaltabile; purtroppo siamo ben oltre il punto di non ritorno, o meglio, lo si potrebbe fare ma in un unico modo e maniera: mazzate, mazzate, mazzate.

D’altronde è vero che con quel sistema, delle mazzate appunto, si potrebbero aggiustare anche tante altre cose, ma, mi dicono, che piaccia poco perché antidemocratico…

Andiamo quindi, democraticamente, avanti così, dando spazio dilagante (ormai sono dappertutto…) ai coglioni !

Però ricordiamoci di chiamarli sempre, italianamente, così: COGLIONI !!!